Garibaldi meglio di Leonida

Aiuta a capire come  lavorano (mentiscono)  gli storici dei paesi occidentali

Paolo De Bernardi
I  MILLE CHE SCONFISSERO GLI OTTANTAMILA E SI IMPADRONIRONO DI UN REGNO DI 9 MILIONI DI ABITANTI!

Ai tempi dei Borbone, la stampa europea filoliberale enfatizzò fino all’inverosimile una lettera che lord Gladstone, ministro degli esteri inglese, aveva inviato a lord Aberdeen nel 1851, nella quale l’inglese riferiva di una visita, che poi si scoprì non essere mai avvenuta, nelle carceri napoletane, e lì avrebbe scoperto che “il governo borbonico rappresenta l’incessante, deliberata violazione di ogni diritto; l’assoluta persecuzione delle virtù congiunta all’ intelligenza, fatta in guisa di colpire intere classi di cittadini, la perfetta prostituzione della magistratura, come udii spessissime volte ripetere; la negazione di Dio, la sovversione d’ogni idea morale e sociale eretta a sistema di governo”(1). Questo ritratto, fatto dal menzognero ministro fu fatto circolare e diffondere dalle varie ambasciate britanniche in Europa, al fine di preparare l’opinione pubblica europea ad una guerra prossima contro il Regno, da far fare al Piemonte sabaudo sotto la veste dell’unificazione. Nelle storiografie ad usum delphini si veicolano luoghi come questi: lo stato meridionale preunitario sarebbe stato decadente e arretrato, con un’economia ancora medievale e improduttiva; la sua povera industria, dopo l’Unità sarebbe andata in crisi a causa della concorrenza dei prodotti del Nord. Il regime borbonico sarebbe stato burocratico e dispotico, oscurantista….Questi luoghi comuni, diffusi da giornali e manualistica, dovevano occultare i seguenti fatti.
Il Regno delle Due Sicilie ebbe, nella rassegna internazionale di Parigi del 1856 il terzo posto in Europa per lo sviluppo industriale (dopo Inghilterra e Francia) L’opificio reale di Pietrarsa è al momento dell’Unità, la più grande fabbrica d’Italia, in grado di costruire motrici navali, vagoni e locomotive ferroviarie. Industria che fu fatta fallire dal governo piemontese, quando volle affidare le commesse industriali alla Francia, nel momento in cui si trattò di ampliare le ferrovie. Il primo vascello a vapore del mediterraneo fu costruito nelle Due Sicilie. Sta a Napoli il più grande bacino di carenaggio in muratura d’ Italia. La flotta duosiciliana rappresenta l’80% del naviglio di tutta Italia,formando la prima flotta mercantile d’Italia, la prima Compagnia di navigazione del Mediterraneo, la prima flotta italiana giunta in America del Nord; si tratta insomma della quarta flotta del mondo! Questa nel Mediterraneo è seconda solo agli Inglesi. essa per prima riuscirà a ottenere dalla Russia la concessione di poter trafficare commercialmente nel Mar Nero (provate a indovinare a chi fece ombra la cosa?) Quella stessa che nel 1838 aveva osato attraversare il Pacifico, quasi mare privato di inglesi e americani, per fare da lì un carico di spezie in India. A Napoli, le grandi fabbriche di vetri e cristalli esportano e competono con quelle di Francia e Germania. Due terzi della produzione tessile è destinata all’esportazione verso gli Stati Uniti. La cartiera di Fibreno è la più grande d’Italia e una delle maggiori in Europa, dove lavorano 500 operai. I prodotti legati al grano duro vengono esportati in Russia, America, Grecia, ecc., da uno Stato che, al momento dell’Unità produceva il 50% dei cereali e legumi di tutta Italia, il 50% di patate, il 60% dell’olio, il 100% di agrumi e cotone, l’80% di frutta e tabacco, il 50% di ovini e caprini, il 60% di equini, il 55% di suini. Insomma siamo nello Stato che ha costruito il primo ponte in ferro sospeso in Italia, il primo telegrafo elettrico in Italia, la prima ferrovia e prima stazione d’Italia, la prima illuminazione a gas di città in Italia. Siamo nello Stato con la più mite imposizione fiscale. Le imposte dal 1816 al 1860 restarono immutate.. Siamo nello Stato col minor tasso di mortalità infantile. Siamo nello stato che viaggiatori contemporanei provenienti da vari paesi europei scoprono, con sorpresa, contro quanto disegnato dalla stampa britannica, florido, dove la fame è sconosciuta, la vita costa pochissimo e la criminalità è quasi nulla. Basti dire che da un’indagine parlamentare intorno agli anni Cinquanta dell’Ottocento (Brofferio), mentre nel napoletano non c’erano state esecuzioni capitali, in Francia ve ne furono 45 all’anno e nel regno sardo 28. In Inghilterra, negli stessi anni, si contano 800 fustigazioni all’anno, mentre nelle Due Sicilie 4.
Il Banco di Napoli aveva una riserva aurea di circa quattro volte superiore di quella di tutte le restanti banche d’Italia messe insieme. I 443 milioni di lire oro, pari a circa 200 miliardi di euro attuali, furono predati da quella nuova entità statale, che altro non era che estensione del regno sabaudo.
Le vere ragioni per cui la Gran Bretagna non tollera un Regno delle due Sicile così com’è, ragioni che gli storici conformisti sono chiamati a occultare, sono le seguenti. Il Regno delle due Sicilie produce la quasi totalità (90%) dello zolfo del mondo (solfare siciliane), elemento indispensabile per le armi da sparo, che non aveva voluto concedere lo sfruttamento e il monopolio di tali miniere all’Inghilterra, al punto che ne stava per scoppiare una guerra (1836). Insomma l’annullamento di questo potente Regno, da compiersi attraverso la sua piemontesizzazione, che ne avrebbe abbattuto la politica agricola con il protezionismo del 1887 e annullato il potenziale industriale con l’affidare a industrie estere le commesse statali o alle poche del nord Italia, interessava a qualcuno più di tutti, ma che i manuali lasciano nell’ombra: “…è evidente che è stata volutamente lasciata nell’ombra la mano che diresse tutte le fasi dell’Unità d’Italia, la nazione che più di ogni altra intendeva beneficiare di questa nuova realtà politica: l’Inghilterra, o per meglio dire la Massoneria inglese e non solo” (2).
Gli storici politicamente corretti continuano meccanicamente ad accreditare l’immagine di un Garibaldi eroe solitario che con mille ladroni (così Garibaldi li definì in un discorso del 5 XII 1861 al parlamento di Torino) avrebbe sconfitto un esercito di 50.000 o 80.000 uomini! Gli è pari solo Leonida! Alla domanda insopprimibile di come coi suoi Mille si sia potuto impadronire di un Regno di 9 milioni di persone gli storici conformisti non possono dirvi che i Mille furono accolti dalla popolazione festante, perché le spedizioni dei Fratelli Bandiera nel 1844 e poi quella di Pisacane nel 1957 erano fallite; anche se Mazzini rassicurava quei poveri martiri che sbarcando al sud Italia avrebbero trovato le masse contadine pronte ad accoglierli e ad unirsi a loro contro i Borbone. Invece il popolo li uccise; essi credettero alla propria stessa propaganda (anzi di Mazzini, che però non partecipò agli sbarchi), secondo la quale il popolo meridionale non vedeva l’ora di essere liberato dai Borbone per unirsi all’Italia piemontese. Se poi vedete le percentuali di meridionali che si arruolano coi Cacciatori delle Alpi o coi Mille, trovate percentuali irrisorie.Che cosa vi dice allora lo storico conformista? 1. Che Garibaldi e i suoi si muovono rapidamente sul territorio, contando su l’effetto sorpresa e tecniche di guerriglia, essendo banda di irregolari (!); 2. Che dopo la prima vittoria contro l’esercito regolare i mille possono contare su un fattore psicologico, che sarebbe questo; i borbonici oramai si sentono “abituati a perdere” contro i garibaldini, quindi ogni volta che li vedono si….predispongono ad una sconfitta (!!); 3 L’esercito borbonico era “disorganizzato” a tal punto che….quasi si autosconfisse (!!!), facendovi capire che questi soldati non sapevano stare in riga, non sapevano caricare il moschetto..ecc. Insomma sono disposti ad arrampicarsi sugli specchi pur di non dirvi la verità, e cioè queste cose: 1 Che a proteggere lo sbarco a Marsala (che tra l’altro avveniva sul molo di un esportatore di vini inglese) c’erano 4 navi da guerra inglesi, prima la Argus e l’Intrepid, poi la Amphion e la Hannibal, comandata da Mundy ,che fa perfino una relazione della vicenda (3), quindi manco a dire che manchi la documentazione. Dopo lo sbarco, il viceconsole inglese sull’isola Cossins accompagnò a cavallo per qualche kilometro i garibaldini e fece da tramite per le lettere che l’eroe nizzardo spediva a giornali o personaggi politici 2. A Londra si procede all’arruolamento di una legione garibaldina, i cui volontari, per non dare nell’occhio, venivano registrati come escursionisti-turisti dell’Etna. I bandi per la raccolta di volontari furono pubblicati dal “Daily News”(4). Questi altri mille furono un altro dei tanti sbarchi che si successero sotto la protezione delle navi inglesi e piemontesi (circa 17 sbarchi,finché le camicie rosse divennero 25.000). 3. Mazzini a Londra bussa presso le varie logge e presso grossi industriali che fiutano affari d’oro ad una eventuale scomparsa del regno meridionale; questo, sommato a quanto sborsano altre logge americane, canadesi e scozzesi, consente di raggiungere la notevole cifra di 3 milioni di franchi oro, senza contare i 2 milioni di franchi oro dati da Cavour alla Società nazionale(5); altro che 92.000 lirette, come ci racconta la storia ufficiale, come sola disponibilità degli eroi! (tutto questo non potrebbe avvenire senza lascia passare inglese, visto che a capo della Gran Loggia Madre inglese c’è la regina) 4 Questi soldi servirono a corrompere i vertici dell’esercito borbonico. Una vignetta su un giornale del tempo (Charivari) raffigura i soldati dell’esercito borbonico con la testa di leone, gli ufficiali con la testa d’asino, i generali senza testa e con le tasche piene di soldi. Le prove? Il generale Fileno Briganti, che aveva lasciato Reggio nelle mani dei garibaldini senza combattere fu ucciso a Mileto dai suoi soldati al grido “fuori il traditore” dopo che era stata intercettata una lettera a lui rivolta da Garibaldi che lo invitava ad un incontro segreto. I comandanti Giuseppe Caldarelli e Giuseppe Ghio furono sottratti dai garibaldini alla minaccia di linciaggio dei propri soldati. Il generale Landi si ritirò a Palermo invece di affrontare i garibaldini; si conosce il prezzo del suo tradimento: 14.000 ducati. Si parla di almeno 16 alti ufficiali che tradirono (6).. Decisivo fu il tradimento di Luigi Conte d’Aquila, fratello di Ferdinando II, che riuscì a portare nella setta massonica molti comandanti delle navi da guerra…(tant’è che l’ammiraglio piemontese Persano scriveva a Cavour il 6 agosto 1860:”Gli stati maggiori di questa marina si possono dire tutti nostri, pochissime essendo le eccezioni” [7])
Quando anni dopo Garibaldi si recò 25 giorni in Inghilterra (per ringraziare?), al Christal Palace fece riferimento agli aiuti ricevuti da Palmerston, Gladstone e Russel , e disse:”Parlo di ciò che so, perché la regina e il governo inglese si sono stupendamente comportati verso la nostra natia Italia. Senza di essi noi subiremmo ancora il giogo dei Borbone a Napoli; se non fosse stato per l’ammiraglio Mundy non avrei giammai potuto passare lo stretto di Messina…il popolo inglese ci ha assistito nella nostra guerra al sud Italia” (8) questo dichiarò Garibaldi nell’aprile 1864. Non oseranno gli storici politicamente corretti indagare su quel corrispondente del Times, l’ungherese Eber, che forniva a Garibaldi informazioni sul Regno duosiciliano; nulla ci dicano, per favore, di quell’agente del governo inglese, che accompaganva Garibaldi come un ombra, cioè:Laurence Oliphant; sciuperemmo il mito dell’eroe solitario…
Se all’esterno e sul piano geopolitico e internazionale un tale Stato proiettato sul Mediterraneo (da poco era iniziato lo scavo del canale di Suez) faceva ombra alla maggior potenza coloniale, sul piano interno e sociale cos’è che disturbava? Disturbava terribilmente un modello di stato che non dà spazio agli speculatori; disturbava un modello di stato che non consente l’accumulazione dei beni nelle mani delle élites rapaci; come? I Borbone limitarono e colpirono l’accumulazione latifondista con l’imposta detta “fondiaria”. Moltissimi beni feudali furono assegnati ai Comuni affinché li distribuissero ai contadini nullatenenti in enfiteusi perenne (il contrario della guerra sociale che il liberismo fa al mondo contadino, in quanto questo è detentore delle risorse alimentari). Istituirono un protezionismo doganale a difesa dei manufatti e prodotti agricoli duosiciliani. Istituirono la proibizione delle attività speculative (sul modello degli antichi regolamenti annonari), e cioè solo dopo che fosse stato saturato il mercato interno si potevano vendere altrove le eccedenze, in particolare dei beni di prima necessità; introdussero la “calmierazione al ribasso” dei prodotti della terra, cioè questi beni non potevano essere pagati ad un prezzo inferiore a quello stabilito dallo Stato. Tutti provvedimenti che favorivano la distribuzione della ricchezza limitando gli squilibri sociali; tutti provvedimenti che facevano digrignare i denti agli speculatori, a quelli che sostengono lo slogan “meno stato più mercato”, a quei liberisti che invocano la deregulation, quella che consente l’accumulazione capitalistica ai danni delle fasce più deboli; quelli che insomma, dopo l’unità d’Italia, si impossessarono, tra terre tolte agli istituti religiosi e terre demaniali destinate a usi comuni, di più di due milioni e mezzo di ettari di terra (2.565.253, secondo E. Sereni), prevalentemente in Italia meridionale Lazio e Isole. Questo, unito allo smantellamento della economia del sud, col togliergli le commesse e col protezionismo del 1887, determinerà da lì fino allo scoppio della Grande Guerra 14.000.000 di emigrati dal sud Italia!
Ora capite perché gli storici addestrati (quando non sono i servizi segreti stessi a scrivergli la traccia) allorché scrivono della società e politica inglesi usano, oramai meccanicamente (tale che nella mente della gente divenga cliché) i seguenti aggettivi: dinamico, flessibile, moderno, progredito; quando invece si tratta di scrivere del Regno delle due Sicilie, costruiscono il cliché coi seguenti: oscurantista, retrogrado, rigido, gretto, statico (qui, dove c’erano 32 conservatori, 761 istituti di beneficienza, 1131 monti frumentari; dove il teatro S.Carlo nasceva 40 anni prima della Scala; con regge come Capodimonte, Caserta, Portici) Stessa scelta di aggettivi si ha quando si scrive di paesi che non abbiano adottato lo stesso modello politico e soprattutto economico anglosassone.
Ma il Regno delle Due Sicilie, sotto i Borbone, grazie a quell’illiberale legge che proibiva la speculazione non conobbero la terribile esperienza irlandese del 1847: il popolo che moriva di fame vedeva il grano e i bovini andarsene sotto scorta armata in Inghilterra, mentre questa col freddo occhio malthusiano guardava a quel milione che morivano di fame senza batter ciglio:al grande banchetto della natura non c’è posto per tutti, diceva Malthus, è perciò “naturale” che i poveri periscano; nessun abominio del cosidetto “mercato”; possiamo osservare senza sensi di colpa la morte per fame di quel milione di persone; è la natura! Perciò tranquilli, anche per ciò che accade in Africa oggi: se si tolgono terre e risorse ai popoli, non è abominio del libero mercato, ma è la natura che vuole che i poveri periscano; non sentiamoci in colpa.
NOTE
(1) ALIANELLO C., La conquista del Sud, Milano 1982, p.8; AA.VV., La storia proibita. Quando i Piemontesi invasero il Sud, Napoli 2001, p.117 (2)   AA.VV,, La storia proibita, cit., p. 136                        (3)    MUNDY G.R., La fine delle Due Sicile e la marina britannica, 1863, riedito Napoli 1966.                          (4)   DE BIASE E., L’Inghilterra contro il Regno delle Due Sicilie, Napoli 2002, p.. 126-127, avvalendosi di documenti e testi di storici inglesi, citato in DI FIORE G., Controstoria dell’unità d’Italia, Milano 2007, p 97     (5)     Si veda DI VITA G.,Finanziamento della spedizione dei mille, in AA.VV., La liberazione d’Italia nell’opera della massoneria, Foggia, 1990, p.379, citato in DI FIORE, op. cit., p. 397  (6)     Documenti dell’archivio Giuseppe Catenacci, riportati da DI FIORE, I vinti del risorgimento, Torino 2004, p.31  (7)    Carteggi di Cavour, La liberazione del Mezzogiorno, vol II, n.553, citato in AA.VV., La storia proibita, cit., p. 147   (8)   O’CLERY P.K., La rivoluzione italiana, il testo è di fine Ottocento, ripubblicato in tr. It., Milano 2000, p.374, citato in DI FIORE G., Controstoria dell’unità d’Italia, cit. p.100. Palmerston allora controllava da cima a fondo Giuseppe Mazzini e la sua “Giovane Europa” Degli inglesi che lo avevano aiutato ad attraversare lo stretto, Garibaldi disse: “io fui per la centesima volta il loro protetto” GARIBALDI G., Memorie, Milano 1982, pp. 252-253; AA.VV., La storia proibita, cit. p. 136; D. Mack Smith (La storia manipolata, Bari 1998), che ha voluto fare un’indagine sulle manipolazioni della storia, considera quella italiana del XIX secolo come un campione di eccezionale esemplarità, facendo notare come gli archivi dei Savoia degli anni Cinquanta e Sessanta siano spariti o comunque inaccessibili allo storico (a lui stesso tale accesso è stato ripetutamente negato). Per capire chi era e come veniva considerato ai suoi tempi Garibaldi, sentite cosa scriveva il 13 settembre 1860 il giornale torinese”Piemonte”in un articolo intitolato “Il creduto prodigio di Garibaldi”. “Le imprese di Garibaldi nelle Due Sicilie parvero sinora così strane che i suoi ammiratori han potuto chiamarle prodigiose. Un pugno di giovani guidati da un audacissimo sconfigge eserciti, piglia d’assalto le città in poche settimane, si fa padrone di un reame di nove milioni di abitanti. E ciò senza navigli e senz’armi… Altro che Veni, Vedi, Vici! Non havvi Cesare che tenga a petto di Garibaldi. I miracoli però non li ha fatti lui ma il generale Nunziante e li altri ufficiali dell’esercito che, con infinito onore dell’armata napoletana, disertarono la loro bandiera per correre sotto quella del nemico; i miracoli li ha fatti il Conte di Siracusa colla sua onorevolissima lettera al nipote; li ha fatti la Guardia Nazionale che, secondo il solito, voltò le armi contro il re che gliele avea date poche ore prima; li ha fatti il Gabinetto di Liborio Romano il quale, dopo aver genuflesso fino al giorno di ieri appié del trono di Francesco II, si prostra ai piedi di Garibaldi. Con questi miracoli ancor io sarei capace di far la conquista, non dico della Sicilia e del Reame di Napoli, ma dell’universo mondo. Dunque non state a contare le prodezze di Sua Maestà Garibaldi I. Egli non è che il comodino della rivoluzione. Le società segrete che hanno le loro reti in tutto il paese delle Due Sicilie, hanno di lunga mano preparato ogni cosa per la rivoluzione. E quando fu tutto apparecchiato si chiamò Garibaldi ad eseguire i piani […]. Se non era Garibaldi sarebbe stato Mazzini, Kossuth, Orsini o Lucio della Venaria: faceva lo stesso. Appiccare il fuoco ad una mina anche un bimbo può farlo. Di fatto vedete che dappertutto dove giunge Garibaldi la rivoluzione è organizzata issofatto, i proclami sono belli e fatti, anzi stampati. In questo modo credo che Garibaldi può tranquillamente fare il giro del mondo a piantare le bandiere tricolori del Piemonte. Dopo Napoli Roma, dopo Roma Venezia, dopo Venezia la Dalmazia, dopo la Dalmazia l’Austria, caduta l’Austria il mondo è di Garibaldi, cioé del Piemonte! Oh che cuccagna! Torino capitale dell’ Europa, anzi dell’orbe terracqueo. E noi torinesi padroni del mondo!”.

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