Catania, altra accusa sulle Ong: “È associazione a delinquere”

Dalla procura guidata dal pm Zuccaro spunta un’ipotesi di reato più pesante rispetto a quella del caso Iuventa a Trapani

Franco Grilli – Dom, 13/08/2017 – 11:56  il giornale

Una seconda inchiesta può travolgere le Ong. Questa volta arriva dalla Procura di Catania e riguarda il fascicolo seguito dal procuratore Carmelo Zuccaro, il primo in assoluto a denunciare i presunti rapporti tra migranti, traffcanti e Ong.

Nel filone catanese, come riporta ilFattoQuotidiano, si ipotizza il reato di associazione a delinquere “finalizzato al favoreggiamento dell’immigrazione calndestina”. Di fatto l’ipotesi è che alcuni membri delle Ong coinvolte non solo sono entrati in contatto con i trafficanti, ma in più abbiano condiviso con loro alcune strategie per dare seguito ai salvataggi e al trasbordo dei migranti. E qui viene segnata la differenza sostanziale tra l’inchiesta di Trapani e quella di Catania. I magistrati trapanesi di fatto stanno indagando sulla singola condotta di alcuni membri degli equipaggi delle Ong senza però avanzare l’ipotesi di un disegno unitario. A quanto pare l’inchiesta di Catania è ben più vasta rispetto a quella di Trapani. Le indagini sui contatti tra scafisti e Ong sono ben più approfondite e hanno segnalato non un’attività sporadica nei salvataggi ma una probabile intesa continua tra equipaggi e scafisti per i salvataggi. Di fatto il reato ipotizzato a Catania è ben più pesante rispetto a quelli invece ipotizzati a Trapani. Lo scenario dell’inchiesta dunque potrebbe cambiare e dare quasi un volto “sistemico” ai rapporti e ai contatti tra le Ong e i trafficanti di uomini.

“Segnali e bugie: così le Ong proteggevano i trafficanti”

Il racconto dell’uomo della security sulla nave: vietato raccogliere elementi che identificassero gli scafisti

Fausto Biloslavo – Dom, 13/08/2017 – 08:07

Lucio M. è addetto alla sicurezza privata della nave Vos Hestia, di Save the children, che ha dato vita all’inchiesta della procura di Trapani sull’Ong tedesca Jugend Rettet.

Quali sono anomalie e collusioni nei soccorsi dei migranti da parte delle Ong che ha visto coi suoi occhi?

«Durante i miei 40 giorni in mare abbiamo prelevato in tre occasioni dei migranti dalla nave Juventa (messa sotto sequestro dalla procura di Trapani per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ndr). Una volta hanno sostenuto di averne soccorsi 300-400, ma attorno alla nave non c’erano né gommoni, né barconi. I trafficanti che li hanno accompagnati dalla Libia sono tornati indietro con i natanti per riutilizzarli. Poi, in ottobre, non solo io, ma chi era a bordo di nave Vos Hestia di Save the children abbiamo visto che dalla Iuventa si allontanava un barchino ad alta velocità, con due persone, verso la costa. A mio avviso erano gli scafisti che avevano appena concluso il trasbordo di circa 140 migranti».

I membri di Save the children erano consapevoli di ciò che stava accadendo?

«Sì erano consapevoli. Quantomeno a livello di team leader a bordo, che, suppongo, informava i responsabili di Save the children».

Poi c’è stato uno strano caso con degli eritrei?

«Avevano appena sostituito il mediatore a bordo con un giovane italo-eritreo, che non parlava arabo ma tigrino. Guarda caso, solo due giorni dopo becchiamo un barcone con degli eritrei. Ed era stato il responsabile di Save the children a bordo a dare la posizione esatta al comandante. Nessuno dei migranti era in pericolo immediato di vita, ma li abbiamo recuperati lo stesso».

Esiste una chat parallela delle Ong sulla quale arrivano le informazioni sulle posizioni dei barconi?

«So che i team leader di Save the children ricevevano sul proprio cellulare le coordinate delle posizioni dei barconi o gommoni dei migranti».

Quali Ong erano coinvolte?

«A mio avviso la Jugend Rettet (sotto inchiesta, ndr) di nave Iuventa e ritengo coinvolta anche tutte le Ong che ricevevano le segnalazioni come Save the children».

E chi forniva queste informazioni?

«Quasi sicuramente venivano trasmesse o dal territorio libico o da telefoni satellitari in dotazione agli scafisti. Sembrava quasi che si trattasse di appuntamenti».

Le operazioni in mare erano per salvare vite o altro?

«Mai salvato qualcuno che stesse morendo».

I migranti portati in Italia erano profughi o clandestini?

«I profughi veri erano circa il 20%. Per il resto si trattava di gente che voleva rientrare in Italia dopo un’espulsione, soprattuto magrebini. Alcuni mi dicevano: Ero in carcere nel tuo paese. Poi mi hanno espulso e questa è l’unica possibilità per tornare in Italia».

Perché i membri di Save the children non volevano consegnare foto e video dei soccorsi alla polizia?

«A bordo c’era un professionista che riprendeva e fotografava tutte le operazioni. Secondo me per timore che la polizia potesse ricevere immagini compromettenti preferivano dichiarare di non averle».

Anche a lei è stato intimato di non farlo?

«A me e all’intero team della Imi (la società di sicurezza ndr) è stato intimato di non scattare foto, di non avere contatti con le autorità di Polizia, con la Guardia Costiera e di omettere qualsiasi segnalazione che potesse portare alla individuazione di “scafisti” o di persone che detenessero qualcosa di illecito».

Però poi pubblicavano sul loro sito, anche le sue foto?

«É vero. Per esempio con una bambina siriana in braccio, una delle pochissime che andava aiutata. Questa foto è stata postata su tutti i siti di Save the children per ricevere donazioni».

Giravano tanti soldi?

«Il noleggio della nave costa svariati milioni di euro l’anno ed è stata noleggiata presso la Vroon Italia di Genova, dopo mesi di inattività in Egitto. Ma il punto è un altro: Vorrei sapere quanti soldi il governo, le istituzioni hanno dato a Save the children. Una dei membri dell’Ong a bordo ha detto: Ci sono piovuti addosso una pioggia di soldi dalla pubblica amministrazione, che non potete immaginare quanti».

I volontari vengono pagati?

«C’erano rapporti tesi fra i membri di Save the children italiani e gli altri. In questo clima uno di loro un giorno è sbottato dicendo non è possibile che qualcuno fra noi pigli 10mila euro al mese…».

Ci sono coperture politiche, che hanno permesso alle Ong di fare quello che volevano?

«Sì, credo che ci siano».

Perché lei e pochi altri avete parlato alzando il velo sul vero ruolo delle Ong di fronte alla Libia?

«Per fare del bene si può anche sbagliare, in buona fede, ma dopo avere visto, sentito, osservato, toccato con mano, non potevamo tacere. Non erano in buona fede, ma si trattava di qualcosa di pianificato e quindi doloso».

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