LA SOLA AGRICOLTURA SOSTENIBILE

LE GROSSE AZIENDE AGROALIMENTARI VANNO VERSO LA PROPRIA FINE
LE AZIENDE PICCOLE A CONDUZIONE FAMILIARE SONO LA RISPOSTA ALLA FAME MONDIALE, MA I GROSSI CONGLOMERATI DI IMPRESE SONO DECISI A CACCIARLE FUORI
HILARY VENABLES
http://www.noseweek.co.za/article/3337/Big-Agri-feeds-its-own-bottom-line
Mensile sudafricano Noseweek, n. 182, 1 Dicembre 2014
Traduzione di Maria Schiaffino

Quest’anno, il 17 Ottobre, giorno mondiale dell’alimentazione, è arrivato e passato, lasciando tutti così affamati, oppure troppo ben nutriti come prima. Secondo l’ultimo conteggio, 842 milioni di persone erano ufficialmente mal nutrite, ovvero, uno fra otto di noi. In Sudafrica, è uno fra quattro. Ma questo succede adesso, mentre gli agricoltori riescono ancora a produrre abbastanza alimenti per fornire pasti gustosi, nutritivi, e adatti per tutte le persone sulla terra, se la loro produzione non fosse condivisa così inegualmente, e sprecata inutilmente.
L’alimentazione di tutti diventerà più difficile man mano che ci sarà l’aumento della popolazione, e man mano che aumenterà il cambiamento climatico, i costi diretti di produzione, come l’acqua pulita e i carburanti liquidi, anche’essi aumenteranno.
Negli ultimi cinquant’anni, sin dall’arrivo della ridicola “Rivoluzione verde”, alla quale è stata data un nome sbagliato , le aziende private hanno speso molto denaro e tempo per convincere i governi che l’unica maniera di aumentare la resa agricola sarebbe stato attraverso un sistema di iper agricoltura ad alta tecnologia, ovvero, quella che comprende l’impiego di fertilizzanti artificiali, pesticidi pericolosi, macchine enormi, e semi ibridi costosi.
Ma va a finire che tutto questo è risultato sbagliato.
Adesso gli scienziati, gli agroeconomisti e le organizzazioni delle Nazioni Unite, sono persuasi che la soluzione alla fame mondiale si trova nelle aziende a conduzione familiare, 95% delle quali sono più piccole di cinque ettari, che tuttavia al momento hanno una produzione agricola incredibile, pari al 80% del valore di quella mondiale. Inoltre, lo fanno più efficacemente e hanno un impatto ambientale più ridotto dal modello di produzione a monocoltura, di grossa portata. Tuttavia, non avendo il potere dell’attività di lobby delle grosse aziende agricole, ricevono molto poco sostegno utile dai propri governi, nonché hanno un accesso limitato ai mercati e ai crediti.
L’Organizzazione degli Alimenti e dell’Agricoltura delle Nazioni Unite (FAO), ovvero, il patrocinatore principale del Giorno Mondiale dell’Alimentazione, sottolineò l’importanza di questo fatto, quando i membri scelsero come tema di questo anno “Le aziende a conduzione familiare: Alimentare il mondo, curare l’ambiente”.
In una relazione intitolata “Lo stato dell’alimentazione e dell’agricoltura nel 2014” pubblicato in quel giorno, la FAO disse che l’agricoltura nello stile della Rivoluzione verde, ovvero, ciò che essa chiamò “il modello di produzione intensiva per quanto riguarda i costi diretti di produzione”, non riuscì ad affrontare la sfida di alimentarci a lungo termine.
“Il mondo dovrebbe dipendere dalle aziende a conduzione familiare per coltivare gli alimenti di cui ha bisogno, e per farlo in maniera sostenibile”, disse la relazione, richiedendo ai governi di investire fortemente nella ricerca adatta e nell’infrastruttura, e di concentrarsi sui mercati locali, anziché nelle coltivazioni da esportazione.
La FAO non è la prima organizzazione di Nazioni Unite a sostener un cambiamento fondamentale nella politica agricola mondiale. Un pò più di un anno fa, il Convegno sul Commercio e lo Sviluppo (Unctad), pubblicò un documento il cui titolo richiama ad una urgenza che diceva : “Svegliatevi prima che sia troppo tardi”.
Analogamente all’articolo più recente pubblicato dalla FAO, questo documento chiede un reindirizzamento radicale e rapido della strategia mondiale di produzione di alimenti, passando dalla agricoltura industriale ad un approccio appropriato e locale, di piccola portata, sostenibile, e che richiede una manodopera intensiva.
Tuttavia, le grosse aziende agricole, meno preoccupate di alimentare il mondo che se stesse, non stanno prendendo passivamente tutti questi discorsi verdi e hippy, no signore.
Invece, continuano a marciare attraverso i paesi in via di sviluppo come un colosso borioso, accaparrando terra agricola, irrorando prodotti chimici tossici da un posto all’altro, e battendo i piedi presso tutte le istituzioni democratiche fragili di Europa.
I governi eletti democraticamente dei paesi sviluppati stanno spianando loro la strada.
Due anni fa, il G8 annunciò la costituzione della “Nuova Alleanza per la Sicurezza Alimentare e la Nutrizione in Africa”. Secondo l’incaricato delle relazioni pubbliche di essa, la Nuova Alleanza sta “sbloccando investimenti privati responsabili nell’agricoltura per beneficiare i piccoli proprietari terrieri e, infine, ridurre la povertà e la fame in Africa”. Ma quello che fa nei fatti è estorcere “impegni” vincolanti dai governi firmatari*, che consentono alle grosse aziende agricole di dettare la politica pubblica**, di esigere cambiamenti alle leggi, e di pagare meno tasse.
I membri passati e odierni del Consiglio di Direzione della Nuova Alleanza, comprendono i manager dell’Unilever, l’azienda multinazionale anglo-olandese, che ha un dipartimento di lavorazione di alimenti enorme; la Syngenta, il gigante agrochimico con sede in Svizzera; la Yara, il produttore di fertilizzante sintetico, con sede in Norvegia; e la Cargill, il conglomerato di imprese internazionali, con sede negli Stati Uniti.
A Settembre di quest’anno, più di 90 Ong e gruppi che fanno campagne a favore di una agricoltura locale, firmarono una lettera che condanna la “Nuova Alleanza”. Uno dei critici più importanti di essa, il Forum Tedesco per l’Ambiente e lo Sviluppo. dice che questi “cambiamenti legislativi e di politica profondi minacciano il controllo dei piccoli agricoltori sulla terra ed i semi, emarginano i mercati locali, e portano ad una perdita della biodiversità e della fertilità del suolo, a discapito dei mezzi di sostentamento delle communità locali”.
“Inoltre, aggraveranno gli shock climatici ed economici futuri che dovranno affrontare i piccoli agricoltori, anziché rafforzare la loro capacità di ripresa per affrontare tali sfide”.
Cioè, precisamente l’opposto di ciò che gli esperti raccomandano di fare urgentemente.
L’organizzazione cita un progetto in Burkina Faso (un paese che è stato recentemente liberato dal governo corrotto precedente), che ha lo scopo di sviluppare e di riabilitare terra irrigata compresa nel Progetto del Polo di Crescita di Bagré. Sebbene l’organizzazione dica che comprende tutta la terra, il 22% di essa è stata riservata per gli investitori del business agricolo di grande portata.
In Malawi, finora la “Nuova Alleanza” è riuscita ad aiutare le aziende multinazionali ad estendere i propri interessi nel tabacco, e destinò 200.000 ettari di terra agricola per la produzione commerciale di grossissima portata.
Un’indagine svolta a Febbraio dal giornale britannico The Guardian sugli investimenti della “Nuova Alleanza”, indica che “decine di investimenti sono stati fatti nelle coltivazioni che non producono alimenti, ivi incluso il cotone, i biocarburanti, la gomma, oppure nei progetti che puntano esplicitamente ai mercati di esportazione”.
Nel frattempo, i piccoli proprietari terrieri continuano a lottare, e la sua indipendenza viene intaccata in continuazione dalla marcia continua delle multinazionali agricole.
In Malawi, i ricercatori presso il “Centro Africano per la Biosicurezza” (ACB), scoprirono che i piccoli agricoltori vengono “intrappolati da un ciclo di debito e dipendenza da alti costi di produzione esterni, che offrono limitati benefici a lungo termine, inoltre la base costituita dalle risorse naturali viene degradata ed erosa…”.
Loro furono incoraggiati dal proprio governo, e da organizzazioni come l'”Alleanza di Bill e Melinda Gates per una Rivoluzione Verde in Africa” (Agra), a coltivare semi ibridi fortemente sovvenzionati, anziché conservare le proprie varietà del luogo che sono più resistenti e più varie, mentre la quantità impiegata di fertilizzante artificiale, anch’esse sovvenzionato dal governo, è stata “scandalosamente alta”, rappresentando una minaccia grave per la fertilità del suolo.
Lo studio svelò “trasferimenti netti dalle aziende a conduzione familiare verso i business delle grosse aziende agricole”, come la SeedCo, la DuPont, la Monsanto, la Demeter, la Yara, la TransGlobe e l’ Omnia (cfr. la sezione “Gates” nella [penultima] pagina).
Non solo le grandi aziende assorbono il denaro pubblico ed i redditi degli agricoltori, ma erodono anche la base della sovranità alimentare africana, ovvero, i semi.
SeedCo, una delle aziende di semi più grosse dell’Africa, ha appena completato la vendita del 32% delle proprie azioni al Gruppo Limagraine, il quarto fornitore di semi più grosso al mondo. L’anno scorso, il gruppo si accaparrò la Link, un’azienda sudafricana molto più piccola, mentre la Syngenta, il gigante delle biotecnologie svizzero, acquistò l’MRI Seed, l’azienda di semi di Zambia, nota per possedere le raccolte più complete e varie di semi di mais dell’Africa.
Nel 2012, la Pioneer Hi-Bred, di proprietà della Dupont, acquistò tutta la Pannar Seed, con sede in Sudafrica.
Nel 1999 e nel 2000 la Monsanto acquistò due fra le più grosse aziende di semi del Sudafrica, la Carnia e la Sensako, e adesso domina il mercato sudafricano dei semi.
Queste aziende di semi sono diventate talmente potenti da riuscire a far pressione sugli organismi regolatori dei diritti d’autore, affinché proibiscano la pratica antichissima di conservare e condividere i semi (Cfr. la sezione “Salviamo i nostri semi” nella [penultima] pagina).
Per fortuna, il Sudafrica non ha ancora seguito questa strada, ma nemmeno ha fatto molto per sostenere i piccoli agricoltori, nonostante da diversi anni abbia fatto delle promesse.
Al contrario del resto dell’Africa subsahariana, i piccoli propretari terrieri sudafricani contribuiscono molto poco alla aproduzione di alimenti complessiva del paese, quindi è più facile ignorarli.
I circa due milioni di famiglie che si dedicano in qualche maniera a coltivare alimenti a casa, lo fanno per integrare le proprie diete, non i propri redditi.
La prof.ssa Rutth Hall, presso l'”Istituto per gli Studi sulla Povertà, la Terra e l’Agricoltura” dell’Università del Western Cape [in Sudafrica], dice che i programmi del governo “sembrano chiudere un occhio su questa realtà predominante, ma invece pretendono che i piccoli agricoltori debbano dimostrare “disciplina nella produzione” e poi “laurearsi”, ovvero, da piccoli agricoltori, dovrebbero diventare medi agricoltori, e poi, grossi agricoltori commerciali”.
Hall scrive sul sito di “Act Local” (Agire sul piano locale), una Ong che si occupa dello sviluppo internazionale, e dice che questo spiega perché i programmi del governo “sembrano favorire gli uomini d’affari urbani, e di scavalcare i vasti numeri di piccoli agricoltori, che si fanno beffa del sogno modernizzante dei funzionari agrari”.
“Per fare progressi reali nei confronti della povertà rurale, si dovrebbe ripensare completamente il sostegno dato al grosso settore dei piccoli proprietari terrieri, che è povero e trascurato”, lei scrive. “Davide non diventerà Golia, e Golia dovrebbe cambiare i propri metodi”.
*Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Ethiopia, Ghana, Malawi, Mozambico, Nigeria, Senegal, Tanzania.
**Ad esempio, il primo impegno nell’accordo di Mozambico con la “Nuova Alleanza” è quello di “Stabilire le politiche e le norme che promuovono mercati dai costi diretti di produzione agricola competitivi, a cura del settore privato, che puntano in particolare ai piccoli proprietari terrieri”.
I GATES LO TENGONO CHIUSO
Un’indagine condotta su chi difatti trae vantaggi dalla munificenza di Bill e Melinda Gates, svelò che solamente il 10% dei tre bilioni di dollari della loro fondazione destinati alle sovvenzioni agricole, è stato speso in Africa, il continente dove la fondazione sarebbe più attiva.
Secondo l’Ong “Iniziativa Internazionale per le Risorse Genetiche” (Grain), con sede a Barcellona, pressoché tutto il resto è andato a delle organizzazioni negli Stati Uniti, in Gran Bretagna ed altri paesi ricchi, ivi incluse le reti di ricerca globali, la Banca Mondiale, e altri sostenitori dell’agricoltura ad alta tecnologia.
La Fondazione Gates insiste sul fatto che questo quadro “non è completo”.
Cfr. la relazione pubblicata dalla Grain su http://www.grain.org/article/entries/5064-how-does-the-gates-foundation-spend-its-money-to-feed-the-world.

SALVIAMO I NOSTRI SEMI
Noseweek riferì sul n. 175 un altro meccanismo politico-aziendale che punta a privare gli agricoltori del proprio diritto a tenere e scambiare i semi.
Il responsabile intergovernativo del rispetto delle regole per quanto riguarda i diritti d’autore e i brevetti, ovvero, l'”Organizzazione dei Diritti d’Autore Regionale Africana” (Aripo), sta spingendo le nazioni che fanno parte di essa –pressoché tutte esse molto povere– a firmare un accordo che costringerà i propri agricoltori a pagare diritti sui semi conservati e provenienti dalle varietà di piante commerciali.
Sin dalla pubblicazione di quell’articolo, l’Aripo riuscì a convogliare nella propria rete altri paesi (Liberia e São Tomé e Principe), e persuase tutte le 19 nazioni* a sostenere l’anno prossimo la firma della cosiddetta “Bozza del Protocollo per la Protezione delle Speci di Piante”, senza ulteriori cambiamenti.
Questo è stato il risultato di un “seminario” di tre giorni che ebbe luogo alla fine di Ottobre a Harare, Zimbabwe, e che ha indignato gli oppositori più dichiarati, ovvero, l'”Alleanza per la Sicurezza Alimentare in Africa” (Afsa), che rappresenta le organizzazioni degli agricoltori, i gruppi dei nativi, e le Ong su tutto il continente africano.
Comunque, l’alleanza sta letteralmente lottanto per farsi ascoltare.
È stato permesso di partecipare nel seminario di Ottobre solamente ad un rappresentante dell’Afsa, e secondo l’organizzazione “praticamente tutte le preoccupazioni sollevate dall’Afsa attraverso le proprie numerose presentazioni” sono state respinte.
L’Afsa accusa l’Aripo di “costringere” i funzionari del governo male informati ad approvare la firma finale del protocollo, nonostante le “riserve chiare espresse da certi paesi che fanno parte di essa”.
L’Aripo riconobbe tacitamente, in questa tarda fase, che ha bisogno di fare di più per spiegare l’accordo ai futuri firmatari. Quindi, sta organizzando frettolosamente un corso di tre giorni, durante il quale i funzionari del governo dovrebbero ipoteticamente diventare esperti dell’argomento enormemente complesso quale quello della protezioni delle varietà di piante.
“Indubbiamente, questioni che hanno a che fare coi diritti degli agricoltori e col diritto all’alimentazione, non faranno parte del suddetto indottrinamento”, è stato il commento sarcastico dell’Afsa.
L’alleanza richiede che il protocollo, abbozzato davanti ai rappresentanti della Bayer, la Monsanto, la Dow, e la Syngenta, venga sottomesso ad una revisione indipendente a cura degli esperti, e che “abbiano luogo consultazioni sul piano nazionale, che comprendano tutti i soggetti economici chiave portatori di interessi, così come richiesto dalla legge internazionale”.
Come se qualcuno ascoltasse.
*Botswana, Gambia, Ghana, Kenya, Lesotho, Liberia, Malawi, Mozambico, Namibia, Ruanda, São Tomé e Principe, Sierra Leone, Somalia, Sudan, Swaziland, Tanzania, Uganda, Zambia, e Zimbabwe.

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