Gli stessi innominabili stanno cercando di fare da noi in Italia quello che hanno fatto in Ucraina e che hanno tentato di fare in Siria. Da noi invece dei cecchini, per gettare il Paese nel caos, quindi frammentarlo e tribalizzarlo, usano giovani maschi africani che le loro Ong vanno a caricare in Libia

(Mikhail Saakashvili, forse vi può aiutare sapere che questo signore è soprannominato “Sorosvili”. E adesso fatevi due conti e vedete se scoprite chi è che ha le leve del potere in Italia e dove vuol portare il Paese. PDB)

Ucraina, le verità nascoste
Parlano i cecchini di Maidan

Chi ha massacrato oltre ottanta fra dimostranti e poliziotti riuniti a  Maidan Nezalezhnosti, la Piazza dell’indipendenza di Kiev cuore e simbolo – fino a quel fatidico 20 febbraio 2014 – delle manifestazioni a favore dell’accordo di associazione all’Unione europea? L’opposizione anti russa fattasi governo dopo la cacciata del presidente filo russo Viktor Yanukovych ha sempre puntato il dito contro le forze speciali del deposto presidente accusandole di aver mandato una squadra di cecchini a sparare sui manifestanti per affogare la protesta in un bagno di sangue. Già allora però molti sollevavano dubbi e perplessità.

Il primo a contestare quella versione è stato il ministro degli esteri estone Urmas Paet. Rientrato da un viaggio a Kiev compiuto solo 5 giorni dopo il massacro riferisce in una telefonata alla commissaria agli esteri dell’Unione Europea Catherine Ashton, le rivelazioni ottenute da una dottoressa ucraina che ha esaminato i cadaveri di Piazza Maidan. La telefonata intercetta e diffusa dai media russi è sconcertante.

“La cosa più inquietante – spiega Paet – è che tutte le evidenze dimostrano che le persone uccise dai cecchini – sia tra i poliziotti, sia tra la gente in strada – sono state uccise dagli stessi cecchini…”. Davanti alla perplessità di una Ashton visibilmente imbarazzata il ministro cita la testimonianza della dottoressa ucraina. “Lei parla come medico dice che si tratta della stessa firma, dello stesso tipo di proiettili. È veramente inquietante che ora la nuova coalizione – ribadisce Paet – si rifiuti di indagare su cosa è realmente successo. C’è una convinzione molto forte che dietro i cecchini ci siano…. Che non ci sia Yanukovich, ma qualcuno della nuova coalizione…”.

A quattro anni dall’inizio nel novembre 2013 delle manifestazioni di Maidan noi siamo in grado di descrivere un’altra verità, completamente diversa da quella ufficiale. La nostra storia inizia verso la fine dell’estate 2017 a Skopye la capitale della Macedonia. Lì dopo lunghi e complessi preliminari riusciamo ad incontrare Koba Nergadze e Kvarateskelia Zalogy due georgiani protagonisti e testimoni di quella tragica sparatoria e del successivo massacro.

Sia Nergadze sia Zalogy sono legati all’ex presidente georgiano Mikhail Saakashvili, protagonista nell’agosto 2008 di una breve, ma sanguinosa guerra con la Russia di Vladimir Putin. Nergadze, come dimostra un tesserino identificativo rimasto in suo possesso, è stato membro di un servizio di sicurezza agli ordini del presidente. Zalogy è un ex attivista del partito di Saakashvili. “Ho deciso di venire a Skopije per raccontarvi tutto quello che sappiamo su quel che è successo….io e il mio amico l’abbiamo deciso assieme, bisogna far luce su quei fatti” – ripete Nergadze. Lo stesso dirà qualche mese più tardi Alexander Revazishvilli, un ex tiratore scelto dell’esercito georgiano protagonista della sparatoria di Maidan, incontrato in un altro Paese dell’Est Europa. Tutti e tre i nostri protagonisti raccontano di esser stati reclutati alla fine del 2013 da Mamuka Mamulashvili, un consigliere militare di Saakashvili che dopo i fatti di Maidan si sposterà nel Donbass per guidare la cosiddetta Legione Georgiana negli scontri con gli insorti filo russi. “Il primo incontro è stato con Mamulashvili all’ufficio del Movimento Nazionale – racconta Zalogy – la rivolta Ucraina nel 2013 era simile alla “Rivoluzione rosa” avvenuta in Georgia anni prima. Dovevamo indirizzarla e guidarla applicando lo stesso schema utilizzato per la “Rivoluzione Rosa”.

La versione di Alexander non è diversa. “Mamuka per prima cosa mi chiese se ero stato veramente un tiratore scelto – ricorda Alexander – subito dopo mi disse che aveva bisogno di me a Kiev per scegliere alcune postazioni”. I nostri protagonisti, aggregati a vari gruppi di volontari tra il novembre 2013 e il gennaio 2014, ricevono dei passaporti con nomi falsi e un anticipo in denaro. “Siamo partiti il 15 gennaio e sull’aereo – ricorda Zalogy – ho ricevuto il mio passaporto e un altro con la mia foto, ma con nome e cognomi differenti. Poi ci hanno dato mille dollari a testa promettendo di darcene altri cinquemila più in là”.

Una volta a Kiev i nostri tre protagonisti incominciano a comprendere meglio i motivi per cui sono stati reclutati. “Il nostro compito – spiega Alexandere – era organizzare delle provocazioni per spingere la polizia a caricare la folla. Fino alla metà di febbraio però non c’erano molte armi in giro. Si utilizzavano al massimo le molotov, gli scudi e i bastoni”. A metà febbraio però gli scontri intorno a Maidan incominciano a farsi più pesanti. “Intorno al 15 e il 16 febbraio – ricorda Nergadze – la situazione ha incominciato a farsi ogni giorno più seria. Ormai era fuori controllo. E intanto si sentivano i primi spari.” Con il crescere della tensione entrano in gioco nuovi protagonisti

“Un giorno intorno al 15 febbraio – rammenta Alexander – Mamualashvili visitò personalmente la nostra tenda. Con lui c’era un altro tipo in uniforme. Ce lo presentò e ci disse che era un istruttore, un militare americano”. Il militare americano si chiama Brian Christopher Boyenger ed è un ex ufficiale e tiratore scelto della 101esima divisione aviotrasportata statunitense. Dopo Maidan si sposterà sul fronte del Donbass dove combatterà tra le fila della Legione Georgiana al fianco di Mamulashvili.

“Eravamo sempre in contatto con questo Bryan – spiega Nergadze – lui era un uomo di Mamulashvili. Era lui che ci dava gli ordini. Io dovevo seguire tutte le sue istruzioni”.

I primi sospetti  sulla presenza  di armi da fuoco tra le fila dei  dimostranti coinvolgono Serghey  Pashinsky, un leader  di Piazza Maidan diventato, dopo la caduta di Yanukovych,  presidente del parlamento di Kiev. Il 18 febbraio – come dimostra un filmato girato quel giorno –  dal bagagliaio di un’ auto bloccata dai dimostranti  spunta  un fucile mitragliatore. Pochi secondi dopo Pashinsky si avvicina   e ordina di lasciarla  andare. Il giorno  dopo alcune borse piene di armi vengono distribuite ai gruppi di militanti georgiani e lituani  che risiedono nell’Hotel Ucraina,  l’albergo affacciato sulla piazza usato come  quartier generale dall’opposizione

“In quei giorni  Pashinsky e altre tre persone –  tra cui  anche Parasyuk  –  hanno portato  all’hotel le borse con le armi  Sono stati loro a farle arrivare nella mia stanza”  – racconta  Nergadze.  Volodymyr Parasyuk è uno dei leader della protesta di piazza Maidan. Dopo la strage di dimostranti diventerà famoso per  un  ultimatum in cui minaccerà di usare le armi  per cacciare il presidente Viktor Yanukovych.

“Il  18  febbraio  – rammenta Zalogy –  qualcuno ha portato delle armi anche nella mia stanza.  Nella stanza con me c’erano due lituani, le armi se le sono prese  loro”.  “In ogni borsa  – ricorda  Nergadze –  c’erano pistole Makarov , mitragliatori Akm, carabine.  E poi c’erano pacchi  di cartucce.  Quando le ho viste  sulle prime non ho capito…. Quando è arrivato  Mamulashvili  l’ho chiesto anche a lui.  “Cosa sta succedendo –  gli ho detto – a che servono queste armi? E’ tutto a posto?  “Koba le cose si stanno facendo complicate, dobbiamo incominciare a  sparare  –   mi ha risposto   –  non possiamo andare alle elezioni presidenziali anticipate …”  “Ma a chi dobbiamo sparare?  E dove?- gli ho chiesto  –   Lui mi ha risposto che  il dove non importava,   bisognava  sparare da qualche parte…  tanto per seminare un po’ di caos”.

Mentre Nergadze e Zalogy assistono alla distribuzione delle armi all’hotel Ucraina Alexander Revazishvilli e altri volontari raggiungono il Conservatorio, un altro palazzo che domina la piazza. “Sarà stato il 16 febbraio…Pashinsky ci ordinò di raccogliere le nostre cose e ci portò dentro ….Poi arrivò altra gente, erano quasi tutti mascherati. Dalle borse ho capito… portavano armi…. Le hanno tirate fuori e le hanno distribuite ai vari gruppi.. Parlava solo Pashinsky… “Era lui a dare gli ordini. A me chiese da che parte dovevamo sparare” . “Nel frattempo – spiega Nergadze – anche all’hotel Ucraina i capi della rivolta sottolineano l’ipotesi di ricorrere alle armi. “Ci hanno spiegato di sparare per creare caos e confusione. Non dovevamo fermarci. Non importava se sparavamo ad un albero, a una barricata o a chi tirava le molotov. L’importante era seminare il caos”. Il 20 mattina le armi entrano in azione. “Doveva essere l’alba – ricorda Zalogy – quando ho sentito il rumore degli spari … non erano raffiche, erano colpi singoli … venivano dalla stanza accanto. In quello stesso momento i lituani hanno aperto la finestra. Uno di loro ha sparato un colpo, mentre l’altro ha chiuso la finestra. In tutto avranno sparato tre o quattro volte”. Alexander pur ammettendo di esser stato coinvolto nella sparatoria dal palazzo del Conservatorio sostiene di aver compreso ben poco. “Tutti hanno incominciato a sparare due o tre colpi alla volta. Non avevamo molta scelta. Ci era stato ordinato di sparare sia sui Berkut, la polizia, sia sui dimostranti, senza far differenza. Ero totalmente esterrefatto. È andata avanti per quindici minuti…forse venti. Io ero fuori di me, agitato, sotto stress, Non capivo niente. Poi all’improvviso dopo 15, 20 minuti gli spari son cessati e tutti hanno messo giù le armi”. Mentre feriti e morti arrivano nel salone dell’Hotel Ucraina i cecchini fuggono dalle stanze. E così le vittime si ritrovano accanto ai loro assassini. “Dentro – ricorda Nergadze – c’era il caos, non capivi chi fossero gli uni e gli altri . La gente correva avanti e indietro. Qualcuno era ferito… qualcuno era armato. Fuori era anche peggio. Nelle strade c’erano tanti feriti. E morti tutt’attorno”. Alexander dice di essersene andato di tutta fretta. “Qualcuno gridava che c’erano dei cecchini, sapevo bene di cosa parlavano – spiega – il mio unico pensiero è stato scomparire, prima che si accorgessero di me. Altrimenti mi facevano a pezzi. In quel momento non ho realizzato poi però – spiega – l’ho capito. Siamo stati usati. Usati e incastrati”.

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Cari buffoni va dichiarato lo stato d’assedio!

A Striscia la notizia del 15 XI 2017 si vede in ripresa nascosta il dialogo tra il finto cliente e lo spacciatore africano in una piazza centrale a Bologna, gremita di spacciatori sin dal mattino, quando i bambini vanno a scuola lì di fronte. L’ africano (absit iniuria verbis per Scipione Maggiore) non solo offre coca, ero e tutto il resto, ma chiede pure al finto cliente di canale 5 se vuole una pistola o un kalashnikov!!! Avete capito bene. Questi non solo sono tutti maschi, non solo sono tutti in età da guerra (età media 25), ma ora sappiamo che sono pure armati; e noi popolo di farlocchi stiamo lì sul divano a piangere l’Italia che non va ai mondiali. Un ministro dell’interno e un presidente del consiglio che abbiano un minimo di cervello e di senso di responsabilità a fronte di quella notizia dovrebbero proclamare lo stato d’assedio, perchè sul territorio nazionale circola gente non italiana armata!! Quella gentaglia va rastrellata e rinchiusa in campi di detenzione, identificazione ed espulsione, come minimo. Invece non si muove nessuno. Se invece un italiano prova solo a tenere  un fucile regolarmente denunciato fuori da un apposito armadietto di sicurezza, per custodirlo in un qualsiasi armadietto di legno (sempre in casa), vanno i carabinieri e come minimo gli sequestrano l’arma (senza contare gli altri guai giudiziari cui va incontro). Questa è la prova più schiacciante del fatto che oggi le leve del potere in Italia non sono affatto in mano al governo, ma in mano a quell’entità – di cui non si può far nome- che vuol fare in Europa quello che fino ad oggi ha fatto in Siria. Paese che sarebbe stato frammentato e tribalizzato se non fosse stato per la Russia. Onore.

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Bernard Maris come Federico Caffè. Un Hommage

Spiegavano e facevano capire cose che la gente non deve sapere

Bernard Maris: “L’economia è resa appositamente incomprensibile, è il canto gregoriano della sottomissione degli uomini”

 

L’attentato a Charlie Hébdo era solo per lui; lui era il vero obiettivo, ma andava nascosto, facendo apparire che si trattava di attentato di “matrice islamica”; è così che sono state uccise anche persone che con l’economia non c’ entravano nulla

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Ecce Roma !

…..NON FATEVI INFINOCCHIARE DAL GRILLO PARLANTE

—Roma tre omicidi in 4 giorni

—Città impossibile per auto e moto viste le buche che danneggiano i mezzi circolanti

—A Roma Nord, oltre ai milioni di topi che la infestano, sono comparsi perfino i cinghiali a rovistare nella spazzatura perenne

—Si contano 16.000 persone (quasi tutti italiani) che vivono in strada e dormono nelle stazioni, in edifici abbandonati, nei sottopassi…

—La Città dispone di un parco moto per “pronto intervento traffico” che ammonta a 100 unità, ne sono in funzione solo 2 (sic!) e servono a fare da staffetta tra gli uffici del sindaco e le altre unità amministrative, per consegnare plichi ( gli altri 98 veicoli sono scassati e non si trovano i soldi per le ripararzioni)

—Grazie alla capillare presenza di campi rom, le periferie della Città beneficiano di circa 50 roghi tossici (diossina a go-go) al giorno, accesi per bruciare spazzatura, copertoni auto e fili rame, proveniente dai furti notturni

—I turisti, non solo a Termini, ma anche alle altre stazioni non possono avvicinarsi, perchè subiscono furti e scippi delle bande di nomadi sempre impunite che infestano il territorio

—Non parliamo di quelli che ormai sono nugoli di africani che petulanti ti assediano, per rifilarti la dose di coca o eroina a poco prezzo.

—Non parliamo di quello che rischia una donna a girare sola la sera per Termini o per le periferie, specie nei sottopassi…

—Le periferie sono ormai rese invivibili dalla sempre più massiccia e invadente presenza di finti profughi che rendono la vita impossibile ai residenti, con grave danno alle attività commerciali e a quelle legate al turismo. Non ultimo è l’effetto di svalutazione economica che subiscono queste attività commerciali, ma anche le stesse private abitazioni, a seguito della sempre crescente presenza di immigrati. Nessuno si sogna di acquistare una abitazione civile o un esercizio commerciale in prossimità di un campo profughi o di un campo nomadi.

—Grazie a tutto questo, Roma, Caput Mundi, che doveva stare in cima (o quasi) alla classifica delle capitali mondiali del turismo, avendo il primato mondiale per quantità di beni artistici, è precipitata alla 15^ posizione (è molto meglio una vacanza a Montreal, con meno beni artistici e storici, ma anche e soprattutto con meno rischi di essere derubati, stuprati o uccisi)

Questo è il quadro estremamente sommario della situazione, di fronte al quale la giunta grillina che fa? Stanzia soldi per altri campi accoglienza !! E altrettanti ne stanzia per assistenza e sussidi, ma solo se si tratta di immigrati!! Con ciò i grillini hanno rivelato il loro vero volto. Come il pd sono un movimento eterodiretto da Washington, col compito segreto di continuare l’africanizzazione del Paese, facendo finta di non volerla. Prova ne è stata il fatto che hanno votato per l’abolizione del reato di immigrazione clandestina e altra prova è stata l’opposizione che hanno fatto in Liguria contro la legge che dà agli italiani la priorità nella assegnazione delle case popolari.Grillo era a bordo del panfilo Britannia, nel 1992, quando l’Italia veniva svenduta, e lì fu ingaggiato…. Non fatevi infinocchiare!

Migranti, dalla Raggi 10,7 milioni di euro per tre nuovi centri di accoglienza

L’amministrazione capitolina ha indetto un nuovo bando di 10,7 milioni di euro per l’accoglienza di 310 migranti che non rientrano nel circuito SPRAR

A giugno aveva chiesto al ministro Minniti una “moratoria sui nuovi arrivi” di migranti nella Capitale.

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Ora la sindaca Virginia Raggi si prepara a stanziare ulteriori 10,7 milioni di euro per l’accoglienza dei cittadini stranieri che non rientrano nel circuito SPRAR, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati del ministero dell’Interno.

I nuovi fondi messi a disposizione dall’amministrazione pentastellata provengono, infatti, interamente dalle casse del Campidoglio e serviranno a finanziare, nel triennio 2018-2020 una serie di progetti “per l’accoglienza di cittadini immigrati in condizioni di fragilità al di fuori del sistema SPRAR”. Si tratta in particolare della creazione di tre nuovi centri di accoglienza, di altrettante comunità di pronta accoglienza e di due comunità alloggio, per un totale di 310 posti. Di questi, 210 saranno riservati a “uomini singoli”, 60 saranno divisi fra donne con figli minori e nuclei familiari, 20 saranno destinati ai “migranti con problematiche psicosociali” e altrettanti ai migranti neomaggiorenni.

L’obiettivo dell’assessorato alla Persona, Scuola e Comunità Solidale della giunta Raggi, si legge nella determinazione dirigenziale con cui è stato indetto il bando per la nuova gara d’appalto, è quello di “garantire servizi di accoglienza” alla “popolazione più vulnerabile della città”. Servizi che, specifica l’assessorato, dovranno sia rispondere “alla complessità dei bisogni emergenti” e alle “vulnerabilità rilevate”, sia “contenere il rischio di tensioni e conflitti sociali sui territori in cui insistono le strutture”.

Ma la decisione della giunta grillina ha suscitato già le prime polemiche. “Ancora fiumi di denaro pubblico che foraggiano il business dell’immigrazione, mentre migliaia di cittadini romani sono senza casa o in precarie condizioni di sussistenza economica”, accusa Fabrizio Santori, consigliere regionale del Lazio di Fratelli d’Italia che, recentemente, assieme alla leader del partito, Giorgia Meloni, aveva presentato un dossier con i dati relativi alla ripartizione delle risorse per le politiche sociali a Roma. Dallo studio era emerso come il 70% dei fondi per il sociale messi in campo da Palazzo Senatorio fossero “destinati a migranti e rom”.

Campidoglio, l’affondo della Meloni: “Da Raggi 170 milioni a migranti e rom”

In una conferenza stampa a Roma la leader di Fratelli d’Italia ha presentato un dossier con i dati relativi alla ripartizione delle risorse per le politiche sociali nella Capitale: “Dal Campidoglio il 70% dei fondi destinati a migranti e rom”

“Da luglio 2016 ad agosto 2017 la giunta Raggi ha impegnato poco più di 235 milioni di euro per le Politiche Sociali, di cui 149 milioni di euro circa per l’accoglienza dei migranti, pari al 63% del totale, e quasi 21 milioni di euro per l’inclusione dei rom, pari all’8,8% del totale degli impegni”.

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È quanto si legge nel testo del dossier presentato oggi in conferenza stampa a Roma da Giorgia Meloni e dai consiglieri del gruppo capitolino di Fratelli d’Italia. “Agli italiani sono stati destinati appena 74 milioni di euro, pari al 27,7% del totale divisi tra sostegno ai disabili, alle persone con problemi mentali, agli anziani, ai detenuti, e alle persone in difficoltà economica”, rivela l’indagine svolta dal gruppo di opposizione in Campidoglio. “Siamo qui per denunciare il razzismo che c’è nei confronti degli italiani e per denunciare che sono razzisti nei confronti degli italiani tanto la sinistra quanto il Movimento Cinque Stelle”, ha attaccato la leader di Fratelli d’Italia. “Voglio chiedere a Luigi Di Maio se si sente di sposare il modo con il quale la giunta Raggi distribuisce le risorse destinate ai servizi sociali”, ha detto provocatoriamente ai giornalisti.

Per Giorgia Meloni, infatti, dai dati raccolti dai rappresentanti locali del partito emergerebbe una sperequazione nella distribuzione delle risorse messe a disposizione dal Campidoglio per le fasce più deboli. A disabili, anziani e persone che si trovano sotto la soglia di povertà, accusa, “il Comune assegna soltanto il 30% dei fondi destinati al sociale”. Mentre per l’accoglienza e l’inclusione di migranti e nomadi, circa 20mila persone a detta della Meloni, il Comune ha stanziato il 70% delle risorse. “È una vergogna”, ha tuonato la leader di Fratelli d’Italia, che assicura: “Non facciamo demagogia né soffiamo sul fuoco della paura alimentando una guerra tra poveri, ma cerchiamo semplicemente di denunciare la realtà delle cose”.

“Non dobbiamo dimenticare che un certo numero di associazioni e cooperativenotoriamente vicine al mondo della sinistra, fanno sempre la parte del leone gestendo quasi in esclusiva il monopolio delle risorse economiche”, ha proseguito Fabrizio Ghera, capogruppo del partito di Giorgia Meloni in Campidoglio. “D’accordo la solidarietà dettata da motivi umanitari nei confronti di persone a cui va garantita assistenza, alloggio e lavoro, ma senza dimenticare che un numero impressionante di italiani vive in uno stato di povertà inimmaginabile”, ha affermato il consigliere d’opposizione. Da sinistra, però, attaccano. Quello della Meloni è “razzismo di basso profilo” scrivono in una nota Julian Colabello, presidente Dem della Commissione Trasparenza del Municipio XIV ed Erica Battaglia delegata all’Assemblea romana del Partito Democratico. “Sapere che una candidata sindaca non conosce i numeri sociali della città è deprimente”, affermano gli esponenti del Pd, per i quali i dati presentati dalla destra non terrebbero conto di numerose variabili, come il fatto che per far fronte alla povertà nel Paese siano stati stanziati dal governo “1,7 miliardi di euro per il reddito di inclusione”.

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MA NON PENSATE CHE SIA TRUMP. SONO CIA-NEOCON, OSSIA L’ASPETTO VISIBILE DI DEEP STATE, CHE ANCORA GUIDA GLI USA, NONOSTANTE TRUMP

Russia: gli USA fingono di combattere lo Stato Islamico, in realtà lo proteggono

Gli Stati Uniti “fornisce copertura alle truppe da combattimento dello Stato islamico” per promuovere i propri interessi in Medio Oriente, mentre “fanno finta di lottare contro il terrorismo”, ha detto il ministero russo della Difesa, in una nota. Secondo il ministero, l’operazione delle truppe del governo siriano per liberare la città di Al Bukamal ha rivelato che la coalizione guidata dagli Stati Uniti “interagisce” direttamente “garantendo la protezione” dei terroristi Isis

.A riprova dell’interazione e del supporto all’Isis, il ministero ha inoltre diffuso “le fotografie, scattate il 9 novembre 2017 da droni russi, che registrano come le milizie Isis per sfuggire agli attacchi delle forze dell’aviazione e del governo russo, scappano in colonna” verso Wadi Sabha sul confine siriano-iracheno. “Il comando delle truppe russe si è rivolto due volte al comando della “coalizione internazionale” con la proposta di un’azione comune per distruggere le colonne in ritirata dell’Isis sulla riva orientale del fiume Eufrate. Tuttavia, gli americani categoricamente si sono rifiutati di infliggere colpi ai terroristi Isis, riferendosi al fatto che, secondo loro, i militanti catturati volontariamente e arresi a loro, ora rientrano nelle disposizioni della Convenzione di Ginevra “sul trattamento dei prigionieri di guerra”. (askanews)

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DA DOVE VERRANNO TUTTI QUESTI BATTERI DELLA MENINGITE? PIOVONO DAL CIELO?

Bergamo, la meningite uccide bimbo di un anno

Il piccolo è stato portato ieri sera in condizioni critiche al pronto soccorso, ma questa mattina è morto. È il secondo caso in pochi giorni

Un bimbo di appena un anno è morto questa mattina all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergano per meningite.

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Dopo essere stato visitato all’ospedale di Ponte San Pietro, il piccolo, spiega l’assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera, era stato portato al pronto soccorso questa notte in condizioni critiche e sottoposto alla profilassi antibiotica prevista in questi casi. “Purtroppo non ce l’ha fatta”, ha detto Gallera, “L’Asst ha immediatamente informato l’Ats di Bergamo che ha già sottoposto a profilassi 14 adulti e uno fra i contatti stretti del bambino che non risulta frequentare l’asilo nido. Per quanto riguarda l’ospedale Papa Giovanni, sono già stati sottoposti a profilassi 17 operatori sanitari. Mentre nell’ospedale di Ponte San Pietro dove il bambino era stato visitato nella giornata di ieri, sono stati sottoposti a profilassi quattro operatori sanitari”.

Ora si aspettano gli esami che identifichino il ceppo di meningite: “Sono stati inviati presso il centro di riferimento regionale per le malattie invasive batteriche del Policlinico di Milano, campioni per le indagini molecolari finalizzate al riscontro di positività per meningococco e la definizione del sierotipo”, ha concluso Gallera.

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ANCHE QUESTA ERA VACCINATA

Meningite, morta a Bergamo bimba milanese di 6 anni

È scattata la profilassi prevista per casi come quelli di questo tipo
Pubblicato il 03/11/2017
Ultima modifica il 03/11/2017 alle ore 17:34
NICOLA GROLLA        la stampa

“Era vaccinata. Contro la meningite, contro tutto. Ma non è servito e ora sono qua a piangere”. Non si dà pace il padre di una bambina di sei anni, studente delle elementari di via Garofani a Rozzano, stroncata da un attacco di meningite la mattina di venerdì 3 novembre dopo due giorni di ricovero in ospedale. “Aveva tutta la vita davanti”, continua a ripetere il padre disperato mentre a stento riesce a trattenere la rabbia per una perdita inaspettata.

 

 

E intanto i genitori, allertati dalle chat su Whatsapp, si sono presentati appena si è saputo della notizia per ritirare i propri figli dalla scuola. “La Asl sta facendo la profilassi – racconta un genitore – ai bambini che erano nella stessa classe della ragazzina deceduta, ma oggi non ci sentiamo sicuri e preferiamo portare a casa i nostri figli”. “Ci hanno detto che il contagio può avvenire in caso di contatto – gli fa eco una mamma – e in un ambiente così promiscuo, fra la mensa e il piazzale dove fanno merenda i bambini non possiamo sapere se sia il caso anche dei nostri figli. La profilassi e tutto il resto avrebbero dovuta farla a tutti i bambino”.

 

Dall’istituto, nel frattempo, nessuna comunicazione o allerta. Anzi, prima dell’arrivo in massa dei genitori le lezioni non erano state sospese. Poi via via che la maggior parte degli studenti tornava presso le proprie abitzioni sono rimasti solo gli insegnanti e il resto del personale scolastico a presidiare la struttura assieme agli alunni i cui genitori, magari per motivi di lavoro, non hanno potuto venire a recuperarli.

 

Su dove la piccola vittima possa aver contratto l’infezione non è ancora stata fatta chiarezza. “La bambina mancava già da una settimana e oggi avrebbe dovuto far ritorno suo banchi”, racconta un papà il cui figlio era amico della vittima. Secondo le parole del padre, visibilmente scosso, ci sarebbe il rischio che la bambina si possa essere ammalata anche a Bergamo, dove era stata per qualche giorno in vacanza dai nonni.

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