IL PAESE E’ AL SACCHEGGIO, CARI POLITICI INETTI E ADDORMENTATI

E’ un potere davvero forte quello che vuol realizzare in Italia e poi in Europa un meticciato e un Merding -pardon- Melting pot, come si dice; a questo potere è sottoposta anche la Ue, che con l’operazione Triton ha dato avallo allo sbarco infinito. Contro questo potere non si può andare, ma contro gli italioti collaborazionisti, i badogli e i vuoti incartati al Ministero dell’Inutilità, si può e si deve andare

Visitato dai ladri 28 volte!

http://www.ilgiornale.it/news/politica/visitato-dai-ladri-28-volte-cos-ho-vinto-guerra-1097389.html

Ristorante derubato 7 volte in 2 anni

http://nuovavenezia.gelocal.it/venezia/cronaca/2015/02/22/news/sette-furti-in-24-mesi-siamo-esasperati-1.10920344

Da noi hanno vinto i criminali

http://www.quotidiano.net/intervista-benzinaio-cecchino-1.702220

Gli anziani sono le principali vittime di questa situazione, mentre le caritas e le coop di loro se ne fregano

http://gazzettadimodena.gelocal.it/modena/cronaca/2015/02/22/news/mi-hanno-anche-alzato-la-gonna-iniziando-a-toccarmi-le-gambe-1.10914097

ESEMPIO DI SITUAZIONE QUOTIDIANA IN UMBRIA
Ancora una volta presa di mira la Zona Coop e Viale Osimo
Non si placa l’ondata di furti che da mesi sta interessando la Valtiberina. Ladri scatenati a Sansepolcro dove oramai quotidianamente vengono sacchegiate abitazioni e negozi. Tra le zone prese di mira maggiormente, sia in passato che attualmente, c’é sicuramente la zona Coop e viale Osimo, una delle aree con la più alta densità abitativa della Città di Piero della Francesca e vicinissima alla superstrada E45, corridoio di fuga naturale per i malviventi. Il metodo preferito dai ladri é quello di arrimpicarsi nelle grondaie, arrivando anche al terzo quarto piano come dei veri accrobati, per poi penetrare negli appartamenti rompendo i vetri delle finestre. Le ore preferite dai delinquenti in queste settimane sembrano quelle del pomeriggio, infatti tutti i colpi effettuati sono avvenuti tra le 15.00 e le 19.00. Il bottino dei ladri é sempre il solito denaro e gioielli. I cittadini di Sansepolcro sono esasperati da questo aumento esponenziale di furti, sentendosi indefesi e abbandonati da tutti, istituzioni comprese.
Saturnonotizie.it
Redazione, 22/02/2015 12:22:00

Leggiamo da “La Nazione” tre edizioni a caso del quotidiano
20 II 2015
-Perugia: banda di ladri ha preso di mira il centro
-Perugia: due tunisini trovati con coltelli e refurtiva
-Perugia: fermati due romani col bottino sulla E45
-Perugia: studenti cinesi nel mirino di balordi; comunità cinese disorientata dalla crescente microcriminalità
-Perugia: bloccate due rom, ladre di pantaloni in negozio cinese
-Perugia: allarme ladri a Monteluce; scassinate altre due abitazioni
– Terni: rubavano acciaio all’Ast, arrestati in sei dalla forestale

24 II 2015
-Umbertide:aggrediscono e derubano un giovane; arrestati due magrebini
– Perugia: continua l’infinita ondata di furti in centro
– Perugia:sorpresa sul fatto la coppia dei semafori; stranieri rubavano dalle auto ferme al semaforo
-Foligno: in cella ladro seriale di Foligno autore di nove colpi
-Trevi: furto delle reliquie di sant’Emiliano (Duomo)
-Spoleto: Topo d’appartamento tenta fuga e picchia gli agenti; arrestato 30enne albanese

25 II 2015
-Città di Castello: furti in treno, erano il terrore dei pendolari; denunciati due nomadi
-Umbertide: tentano di investire un poliziotto al posto di blocco; ladri in fuga su auto rubata
– Amelia: raffica di furti nelle case;dopo l’appello del sindaco la lega incontra i cittadini
-Orvieto: raffica di furti nello stabilimento “Tione”
-Perugia: dopo l’ondata di furti nel centro storico si pensa di “affidarsi all’esercito”.

Questo accade quotidianamente in una delle regioni più piccole d’Italia (800.000 abitanti). Per rendervi conto della realtà nazionale cercate su citynews, da Aostatoday a Palermotoday, passando per Parmatoday, Firenzetoday, ecc. Scorrete la cronaca e vedete come il Paese sia al SACCHEGGIO, mentre la grande stampa tace tutto questo e riporta in prima pagina un episodio di bullismo omofobico avvenuto in un istituto magistrale di Primavalle (in pratica dei ragazzi prendevano per i fondelli su facebook un coetaneo che si era dichiarato omo; pensate di quale gravità è stato l’episodio e che irreparabile danno psicologico! Dobbiamo fare una legge per tutelare la minoranza gay, che ci importa della maggioranza degli svaligiati). Intanto Unar, Repubblica della sera, le Caritas promuovono nelle scuole una “cultura dell’accoglienza e della solidarietà”. Qui siamo arrivati al punto che ti strappano la busta della spesa per strada; ti rubano i panni stesi in giardino; se lasci tre euro in vista nell’auto parcheggiata, ti sfondano il vetro; ammazzano una persona per 50 euro.  La Ue dà soldi all’ Italia perchè “soccorra” i clandestini in mare; ma la questione aperta, dove l’inetto governo non ha messo i puntini sulle i, è se una volta soccorsi i migranti vanno portati sulle coste italiane o rispediti da dove sono partiti. Spagna e Germania, ad esempio, non sviluppano “una cultura dell’accoglienze e della solidarietà”; gli immigrati clandestini, se capitano, li rispediscono a casa.

Arresto troppo violento, scatta la condanna per un carabiniere
19 febbraio 2015 A denunciarlo era stato un ladro tunisino. Il militare dovrà anche risarcire 7500 euro per le lesioni causate
di Massimo Stefanini “La Nazione”
Il tunisino arrestato mentre rubava rame in un’azienda, aveva riportato lesioni a una costola
, 19 febbraio 2015 – Arresta in flagranza di reato un tunisino che stava rubando dentro un’azienda, ma viene accusato dal ladro di lesioni. Finisce così a giudizio e viene condannato a 6 mesi di reclusione (pena sospesa) nonché al risarcimento danni per 7500 euro e alla rifusione delle spese, 1750 euro più Iva, con pagamento in favore della parte civile di una provvisionale di 3500 euro. La sentenza del Tribunale di Lucca è di alcune settimane fa. E’ quanto accaduto ad un carabiniere in servizio alla Compagnia di Lucca che pur volendo mantenere l’anonimato, ha deciso di raccontare l’accaduto per sottolineare come, secondo lui, chi cerca di assicurare alla giustizia i malviventi per 1200 euro al mese e magari rischiando la vita, deve poi incappare anche in queste disavventure.I FATTI. Il carabiniere, difeso dall’avvocato Andrea Balducci, il 12 settembre del 2011 interviene su un colpo in una nota cartiera del capannorese. Nel corso di una perlustrazione, la pattuglia decide di effettuare un controllo nello stabilimento nel quale si erano verificati diversi furti di rame. Nel primo dei due capannoni i militari notano a terra numerose bobine di rame accatastate e, in un angolo, un individuo intento a sfilacciare con un trincetto i fili del prezioso metallo. L’uomo, un tunisino, tenta di fuggire. Viene però bloccato e immobilizzato con le manette. Uno dei due militari compie allora un giro per verificare se vi fossero complici e al ritorno trova il collega che ha in custodia il fermato.
DIVERSA la versione dell’arrestato che sostiene di essersi già impossessato nei giorni precedenti dei cavi, addirittura in concorrenza con un gruppo di rumeni. Secondo il nordafricano sorpreso in flagranza, al momento della cattura da parte dei carabinieri, uno di questi gli avrebbe provocato ferite trascinandolo in malo modo.
AL MOMENTO del fotosegnalamento, l’arrestato accusa un malore e viene accompagnato al Pronto Soccorso dove dichiara di lamentare dolori al collo e ad un fianco: racconta che a cagionare tutto ciò erano state le botte subite durante il fermo. Dopo le visite mediche, viene dimesso con una diagnosi di «trauma cranico non commotivo, ematoma al collo, contusioni multiple e micro frattura di una costola». Il carabiniere va così a giudizio per il reato di lesioni personali con l’aggravante di cui all’articolo 61 del codice penale numero 9, aver commesso il fatto in violazione dei doveri inerenti ad una pubblica funzione o di pubblico servizio. Poi la condanna. Una beffa, aggiungiano noi.

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ECCO PER CHI FA LE “RIFORME” IL BULLETTO

Il ruolo insostituibile della banche di credito cooperativo

Paolo Raimondi 20 II 15 “La voce della Russia”
Il sistema bancario dovrebbe essere l’ancella primaria dello sviluppo delle attività industriali e imprenditoriali dell’economia reale. Se così è, la riforma delle banche popolari parte purtroppo da una premessa sbagliata. Mira a soddisfare le esigenze della grande finanza invece di privilegiare le strutture del credito direttamente legate al territorio e alla sua crescita economica.
Secondo la succitata riforma, fatta con decreto e senza alcun coinvolgimento dell’Assopopolari, le 10-11 banche popolari con attivi superiori a 8 miliardi di euro dovranno essere trasformate in società per azioni. In quanto organismi di tipo cooperativo, gli attuali organi di gestione sono eletti con il voto capitario. Ogni socio può avere soltanto un voto.
Il cambiamento strutturale proposto dal governo viene motivato dal fatto che il voto capitario violerebbe il principio di democrazia penalizzando quei fondi che partecipano con ingenti capitali. Inoltre, si afferma che, aprendosi al mercato globale, esse potrebbero attrarre investimenti nazionali ed internazionali rendendole così più grandi e più competitive.
A dir il vero, in questo modo le banche popolari diventeranno oggetto di scalate finanziarie e di attacchi speculativi che ne snatureranno la loro originaria funzione di sostengo allo sviluppo del territorio, delle pmi e delle famiglie. Molto probabilmente diventeranno pedine locali delle grandi banche too big to fail.
E’ davvero sorprendente il fatto che in Italia ci si dia da fare per “offrire” le banche popolari in pasto agli squali della grande finanza. Nel mondo bancario americano invece si riconosce che le dimensioni enormi delle banche globali sono il vero problema della stabilità finanziaria e sono state la causa delle passate crisi sistemiche.
Non si tratta soltanto di una decina di banche. Il nuovo approccio prima o poi investirà l’intera struttura delle banche popolari e delle banche di credito cooperativo (bcc). Le si ritiene evidentemente obsolete dal mondo della finanza globale.
E’ esattamente il contrario. Non solo per l’Italia ma per l’intera Europa. Sono proprio le banche territoriali a sostenere la crescita e a fornire ossigeno al sistema produttivo italiano rappresentato, come noto, per il 95% dalle Pmi.
Negli ultimi anni la Bce ha messo a disposizione oltre 1.000 miliardi di euro con operazioni di rifinanziamento a lungo termine (ltro) a tassi di interesse vicini allo zero nella speranza che questi soldi andassero a finanziare la ripresa. Finora però le grandi banche hanno incassato ma non hanno aperto i rubinetti del credito alle pmi.
In Italia tra il 2011 e il 2013 le banche popolari hanno aumentato del 15,4% il credito offerto alle imprese e alle famiglie mentre le banche spa lo hanno diminuito del 4,9%.
E’ pur vero che le popolari nel 2013 hanno erogato il 15% del credito mentre le grandi banche ne hanno erogato il 75%. Ma in Italia si ha una situazione del tutto particolare in quanto le banche di interesse nazionale sono state completamente privatizzate, perdendo così anche la loro storica funzione sociale e pubblica.
Nel corso del 2014 le 70 banche popolari e le 381 bcc – che occupano 120.000 dipendenti – hanno insieme dato credito alle pmi per quasi 240 miliardi di euro con un aumento di ben 35 miliardi. Alle imprese esportatrici sono andati 50 miliardi. Nel periodo della crisi tra il 2008 e il 2014 i finanziamenti alle pmi esportatrici sono aumentati del 28%. Esse hanno quindi svolto efficacemente un ruolo anticiclico favorendo la ripresa economica dei territori in cui operano.
Spesso si parla della tenuta esemplare del tessuto industriale tedesco, formato anch’esso dal mittelstand, la rete delle pmi in Germania, ignorando che la sua forza sta proprio nella rete capillare delle banche di credito cooperativo.
Secondo uno studio della Bundesbank nel 2008 vi erano oltre 1200 istituti e 13.600 sportelli, regolati da principi mutualistici e di interesse sociale, con un bilancio aggregato di 1.000 miliardi di euro, al servizio di 30 milioni di clienti.
La società tedesca e molti economisti si sono mobilitati in difesa della rete di banche territoriali anch’esse sotto attacco da parte delle grandi banche tedesche, tra cui la Deutsche Bank e la Kommerzbank, e di quelle internazionali.
Un economista tedesco, Richard Werner, direttore del Centro Studi Bancari dell’Università inglese di Southampton, in prima fila nella difesa delle banche popolari e delle bcc in Germania e in Europa, ha scientificamente dimostrato che sono proprio queste banche, e non la Bce, le banche centrali e le grandi banche globali, il vero motore della creazione di credito produttivo e dell’ampliamento della base monetaria necessaria al sostegno della ripresa economica.
Senza iattanza, sarebbe opportuna una riconsiderazione della scelta governativa.

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CHI FINANZIA E TIRA LE FILA DEL CALIFFATO (tanta anfetamina)

Rita Katz ha l’esclusiva su tutti i filmati dei terroristi islamici. Fu lei a dare alla Casa Bianca l’ultimo video di Bin Laden.
Andrea Riva – Dom, 22/02/2015 – 18:04 il giornale

Lo avete notato tutti. Gran parte dei video prodotti dall’Isis e diffusi dai media di tutto il mondo portano – in alto a sinistra – una scritta blu e arancione: “Site”, acronimo di Search for international terrorist entities.

Site è un’invenzione di Rita Katz, 52 anni e un passato da spia.
Nata in Iraq in una famiglia ebrea, suo padre fu barbaramente impiccato da Saddam Hussein perché accusato di essere una spia di Israele. Come scrive Italia Oggi, “per l’occasione Saddam organizzò pullman gratuiti dalla provincia e allestì accanto alla forca un palco dove un gruppo di ballerine si esibì nella danza del ventre”.
I beni di famiglia furono confiscati e Rita, assieme alla madre, si trasferì in Israele, dove studiò all’università di Tel Aviv e prestò servizio nell’Israeli Defense Force. Nel 1997 si trasferì in America e cominciò a collaborare con l’Fbi, riuscendo ad infiltrarsi in alcune importanti formazioni terroristiche presenti nel Paese.
La Katz sembra avere l’esclusiva su tutto ciò che proviene dal mondo del terrorismo. Come nota Italia Oggi, “nel 2007 fu la Katz a far pervenire alla Casa Bianca l’ultimo video di Osama Bin Laden. E un video del vice-capo di Al Qaeda, Ayman al-Zawahiri, entrò in possesso della Site prima ancora che fosse pubblicato sui siti internet dei militanti”.

E Site, giustamente, non svolge questo lavoro gratuitamente. Nato come associazione senza fini di lucro – scrive sempre Italia Oggi – “ha cambiato statuto ed è ora finanziata dai servizi di intelligence Usa e dai gruppi privati”.
C’è chi accusa la Katz di creare inutili allarmismi tra gli occidentali. E c’è infine chi, come Italia Oggi, afferma che suona strano il fatto che “una spia del Mossad, pagata dagli Usa, sia l’unica fonte mediatica sull’Isis, e detti i tempi della politica mondiale sul terrorismo”.
Come dire: chi decide quando e se portare guerra ai terroristi islamici – siano essi dell’Isis o Al Qaeda – non sono i governi. Ma il think tank di Site.

http://www.informarexresistere.fr/2015/02/20/sapete-cose-il-site-dopo-averlo-scoperto-guardarete-con-occhi-diversi-i-video-dellisis/

“Gli Stati Uniti ci finanziano”. La rivelazione di un guerrigliero dell’Isis
Un comandante pakistano del Califfato, Yousaf al Salafi, racconta di ricevere soldi dall’America per reclutare giovani terroristi.
da Il Giornale.it  Fabio Franchini – Gio, 29/01/2015 – 10:27

Il Califfato è finanziato dagli Usa. A dirlo è Yousaf al Salafi, comandante pakistano dell’Isis.La rivelazione, portata alla luce dal The Express Tribune, è arrivata nel corso di un interrogatorio: lo jihadista è stato arrestato dalle forze di sicurezza pakistane – insieme ad altri due guerriglieri – in seguito a un operazione militare a Lahore contro i terroristi.
Si legge: “Nel corso delle indagini l’uomo ha ammesso di ricevere fondi attraverso l’America per far funzionare l’organizzazione e reclutare giovani pakistani da impiegare al fronte in Siria.
La fonte anonima della scioccante confessione racconta inoltre che sia il segretario di Stato americano John Kerry , sia il generale Lyod Austin (a capo del Centcom, Comando centrale delle forze armate a stelle e strisce), sono stati informati di quanto raccontato dal fondamentalista islamico nel corso della loro recente visita a Islamabad, capitale del Paese.
E ancora: “Gli Stati Uniti condannano l’Isis, ma purtroppo non sono in grado di fermare il finanziamento di cui gode il Califfato. Soldi che arrivano proprio dagli yankees. Gli Usa hanno dovuto fugare l’impressione di sostenere economicamente il gruppo per perseguire i propri interessi; per questo hanno lanciato un’offensiva in Iraq, ma non in Siria”. maria grazia bruzzone @mar__bru

16/06/2014
fonte: IRIB
L’ex agente Cia: l’Isis è creata e finanziato dalla Cia e gli unici a far finta di non saperlo sono i nostri pseudo politici.

TEHERAN – L’ex agente Cia Steven Kelley ha detto che Isis è un gruppo terroristico creato, realizzato e finanziato dalla Cia.
Nella intervista, effettuata dall’emittente Press TV ad Anaheim, California, e riportata dal blog yournewswire.com, il 12 febbraio, Kelley afferma che Isis «è un nemico del tutto inventato. Il suo finanziamento proviene dagli Stati Uniti e dai suoi alleati e far credere alla gente che questo nemico sia qualcosa che debba essere attaccata in Siria o in Iraq è una farsa, perché questo nemico è l’abbiamo creato noi, controllato noi, e ora è scomodo per noi pensare di attaccarlo come legittimo nemico», ha detto Kelley. L’ex agente Cia ha fatto queste dichiarazioni mentre il presidente Barack Obama sta cercando di ottenere l’approvazione del Congresso prima di espandere la campagna aerea di Washington dall’Iraq nella vicina Siria, contro obiettivi dello Stato Islamico. Il Pentagono ha già lanciato oltre 100 attacchi aerei sulle posizioni Isis nel nord Iraq da quando Obama ha autorizzato l’uso della forza contro il gruppo terroristico. La Casa Bianca insiste che non ha bisogno di esplicita autorizzazione del Congresso per le operazioni in quanto sono destinate a proteggere il personale e gli interessi americani all’interno del paese arabo. Kelley, in un passaggio, afferma che Isis sarebbe poi sfuggito di mano perché non era “autorizzato” a operare in Siria. «Se si vuole arrivare alla radice del problema e eliminare questa organizzazione, la prima cosa che occorre fare è tagliare i finanziamenti e procedere contro gli enti responsabili della creazione di questo gruppo», ha detto Kelley.

L’Isis è una ‘creatura’ degli Usa. Lo dice il generale francese Desportes
By Edoardo Capuano –
Si parla tanto delle porcate commesse dall’Isis in questi giorni. Ma è passata sotto silenzio la dichiarazione fatta dal Generale francese Vincent Desportes, generale di divisione e professore associato presso la facoltà di Scienze Politiche di Parigi, che davanti alla commissione per gli Affari Esteri, per la Difesa e per le Forze Armate, ha dichiarato: “L’Isis è stato creato dagli Stati Uniti”. Ecco tutti i dettagli.
Il 17 dicembre 2014 la commissione per gli Affari Esteri, per la Difesa e per le Forze Armate ha dibattuto in seduta pubblica la proroga dell’operazione “Chammal” in Iraq.
Presieduta da Jean-Pierre Raffarin, la commissione ha sentito – durante la discussione – il generale di seconda sezione Henri Bentégeat, ex capo di stato maggiore delle forze armate, il generale di corpo d’armata Didier Castres, vicecapo operativo di stato maggiore, l’on. Hubert Védrine, ex ministro degli Esteri, il generale di divisione a riposo Vincent Desportes – professore associato presso la facoltà di Scienze Politiche di Parigi – e l’on. Jean-Yves Le Drian, ministro della Difesa.

ISIS CREATO DAGLI USA
Rivediamo in dettaglio l’intervento del generale Vincent Desportes.
Iniziando il suo discorso con una breve presentazione dell’ISIS (Daech), nel mettere soprattutto in evidenza il vero pericolo di questo gruppo terroristico rispetto ai nostri interessi vitali, ha detto senza mezzi termini: “Chi è il dottor Frankenstein che ha creato questo mostro? Diciamolo chiaramente, perché ciò comporta delle conseguenze: sono gli Stati Uniti. Per interessi politici a breve termine, altri soggetti – alcuni dei quali appaiono come amici dell’Occidente – hanno contribuito, per compiacenza o per calcolata volontà, a questa creazione e al suo rafforzamento, ma le responsabilità principali sono degli Stati Uniti. Questo movimento, con la fortissima capacità di attrarre e diffondere violenza, è in espansione. È potente, anche se è caratterizzato da punti profondamente vulnerabili. È potente, ma sarà distrutto. Questo è certo. Non ha altro scopo che quello di scomparire”……..

http://reseauinternational.net/la-chimie-des-coups-detat-les-printemps-arabe-et-le-putsch-de-kiev-ont-ete-accomplis-grace-aux-amphetamines-ces-pilules-de-lhorreur/

http://www.informarexresistere.fr/2015/02/17/i-combattenti-anti-assad-drogati-al-fronte-i-miracoli-della-pastiglia-captagon/

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SOLO DA QUESTO SI PUO’ PARLARE DI PEGGIOR GOVERNO DEL DOPOGUERRA

ANDREBBERO BENSI’ INDAGATI PER FAVOREGGIAMENTO DELL’IMMIGRAZIONE CLANDESTINA

VIENE SVALIGIATA UNA CASA OGNI DUE MINUTI

http://www.repubblica.it/cronaca/2015/02/21/news/boom_di_furti_in_casa_pi_che_raddoppiati_in_10_anni_svaligiata_una_casa_ogni_due_minuti_-107852677/?ref=HREC1-20

-L’ Ufficio antirazzismo istituito presso la Presidenza del Consiglio ha lanciato nelle scuole dell’ex Belpaese un gioco a punti, dove i ragazzi devono sistemare degli immigrati, trovando loro un alloggio, un lavoro ecc. Hai tre opzioni: fargli fare il facchino, il manovale, oppure il lavapiatti. Il faccino è l’opzione peggiore, perchè si fatica, si ha poco tempo libero e pochi soldi; migliore è il lavapiatti, perchè si fatica poco e si ha più tempo libero. Perciò se clicchi su lavapiatti hai più punti e vinci al gioco, perchè hai sistemato al meglio il migrante. -Coi soldi spesi per mobilitare navi della marina e mezzi di soccorso nel Mediterraneo per fare da staffetta agli scafisti a metà strada nel Canale di Sicilia e portarli a riva…. -Coi soldi per tenere in piedi gli innumerevoli e crescenti centri di accoglienza… -Coi soldi spesi per tenerli nelle carceri, dove circa la metà della popolazione carceraria è fatta di immigrati… Con tutti questi soldi lo Stato ci poteva riparare le strade, che sono ridotte a mulattiere piene di buche e sono per gli italiani una ULTERIORE TASSA, perchè devi continuamente spendere soldi per ammortizzatori, braccetti e testine delle ruote dell’auto. Sono centinaia di euro! -Tra 2014 e inizi 2015 si sono travasati dall’Africa in Italia quasi 200.000 persone che scorazzano per il Paese, senza che il Ministero dell’Interno sappia chi sono e che sono venuti a fare (altro che “é tutto sotto controllo” come assicura l’inetto Angelino). Il Paese in realtà è sotto saccheggio. Leggete le cronache dei giornali locali, anzichè Repubblica della sera che evita accuratamente di specificare la nazionalità-provenienza di quelli che commettono reato. E questo saccheggio è una ULTERIORE TASSA per gli italiani, perchè devi comprare gli allarmi per casa, le porte e finestre blindate, ricomprare vetrina, saracinesca e registratore di cassa del negozio che ti hanno sfasciato la notte. Al parcheggio si divertono a rigarti la macchina, bucano le gomme e spesso gli danno fuoco (prova a difenderti e a ferirne uno e vedrai il magistrato quanti anni di galera ti affibbia). PIU’ TASSE per gli italiani – L’industria turismo perde enormemente perchè Russi o Norvegesi non se la sentono di venire in un paese dove il rischio di essere scippati o violentate è passato da livello medio ad alto.MENO ENTRATE per gli italiani. -Il degrado urbano e ambientale cresce, perchè ovunque vedi nascere baraccopoli e tendopoli di gente che vive di espedienti; e un turista non se la sente certo di passare 15 giorni di vacanze in una zona ancorchè bellissima d’Italia il cui villaggio vacanza stia a 300 metri da tali favelas. MENO ENTRATE per gli italiani. -Superlavoro per le forze dell’ordine. Fattorini dei bus e treni picchiati a sangue in tutta Italia, perchè pretendono che gli immigrati abbiano il biglietto per poter viaggiare Ecco perchè si deve parlare di RESPINGIMENTI e di RIMPATRI, non di accoglienza, perchè il paese è allo sfascio (quando vedono che un barcone è stato respinto, che anche il secondo non è passato e che lo stesso è stato fatto col terzo, vedrai che sul quarto barcone non sale più nessuno, perchè i 3000 euro a testa per la traversata sarebbero buttati a mare). Non possiamo pretendere di risolvere il problema alla radice come vuole il nostro stupido ministro, affermando che bisogna prima risolvere i conflitti che costellano l’intera Africa, perchè è quella la causa degli esodi (non riescono a risolverli gli africani i propri problemi, figurarsi se noi dall’Italia). Perchè mentre noi tentiamo di risolvere i conflitti d’Africa con la diplomazia la marea umana ci sommergerà. -L’Unar insegna ai ragazzi delle scuole italiane ad avere solidarietà con gli immigrati, non una parola per gli italiani che se la passano male o malissimo; per quelli che disoccupati devono dormire in macchina. Verso questi ultimi è rivolta la discriminazione dell’Unar, perchè favorire l’invasione che vuole l’Unar significa innanzitutto danneggiare per prima questa fascia più debole di popolazione. Sarebbe stato meglio se l’Unar invece di spender questi soldi nelle scuole italiane a quel modo li avesse spesi per far capire ai migranti che non possono venir in Italia a pretendere che sia loro tutto scodellato, bensì quello che hanno speso in denaro e in rischio di vita per la traversata lo dovevano e lo devono spendere nel loro paese di origine, lottando per i diritti: al lavoro, all’igiene, alla difesa ambientale, alla assenza di corruzione nelle pubbliche amministrazioni, cercando di costruire un paese vivibile, come si è fatto in Italia, Olanda ecc. Dopodichè il tablet, le nike, l’i-phone, l’i-pad e un’automobile se le potranno procurare anche nel loro paese, mediante un onesto lavoro. Tutto questo dico dopo aver espresso ovvia solidarietà e diritto di accoglienza a quelle poche migliaia di persone che effettivamente fuggono dalla guerra e dalla disperazione e che sono danneggaiti in questo diritto dalla stragrande maggioranza di furboni e lavativi che son qui per approfittare, visto che si tratta di un paese calabraghe pieno di collaborazionisti. Buona lettura. PDB

Rapine col machete nella notte, 3 arresti Arrestati dei sudamericani che hanno aggredito i passanti, sul campo polizia e carabinieri Varesenews 20 II 2015

Tre persone sono state arrestate questa notte a Varese, per due rapine e una tentata. L’episodio è stato particolarmente pericoloso: i tre arrestati sono dei sudamericani ed erano armati di machete. In due casi hanno rapinato con la terribile arma dei passanti, mentre in un terzo caso ci hanno solo provato. Gli arresti sono stati effettuati dalle volanti della polizia intorno alle 4, e dal radiomobile dei carabinieri di Varese. Le aggressioni sono avvenute tra viale Milano e piazza XXSettembre. Rubati denaro e un telefono cellulare.

Il primo caso è avvenuto poco dopo mezzanotte in viale Milano. Al primo ragazzo, un 26enne dello Sry Lanka, la banda del machete ha rubato il cellulare. A quel punto i carabinieri hanno iniziato la caccia e hanno diffuso la descrizione anche alla polizia, che contestualmente ha dato vita a una ricerca capillare della banda. Poco prima della una, i malviventi armati di machete hanno aggredito, in via Rossini, un ragazzo tedesco di 18 anni, a cui hanno sotratto denaro e telefono cellulare.

Le vittime sono stati tutte minacciati con un machete.

Più tardi, gli aggressori si sono avventati contro una ragazza cinese, ma due amici sono riusciti a chiamare i soccorsi. Due aggressori sono stati fermati, con i machete in mano, dalla polizia in via Vittorio Veneto. Il terzo è fuggito, ed è stato rintracciato dai carabinieri nella sala di aspetto della stazione, in piazzale Trieste.

I tre ragazzi sono di El Salvador, uno abita a Varese, gli altri due fuori città. La polizia sta indagando per capire se siano i responsabili, anche di altri colpi. Nella foto potete vedere i due terribili machete, agitati davanti alle vittime per convincerle a consegnare i soldi.

Il regalo della sinistra: 200mila euro ai profughi: “Devono socializzare” L’assurdo spreco della Serracchiani con i soldi del Friuli Vittorio Feltri – Ven, 20/02/2015 -Il Giornale Meno male che c’è la sinistra a farci ridere un po’. Se poi si impegna Debora Serracchiani, governatore del Friuli e renziana dell’ultima ora, a «legiferare», il divertimento è garantito.

La giovin signora, professione (di una volta) avvocato, ha lanciato in commissione regionale una proposta esilarante: investire 200mila euro allo scopo di promuovere la socializzazione dei profughi o immigrati o clandestini o come diavolo li volete chiamare. Sappiamo che non credete, cari lettori, a questa notizia che però è vera. Occhio. Trattasi di provvedimento articolato. Punto uno: 50mila euro serviranno ad alfabetizzare gli stranieri adulti; in altri termini, a favorire il loro apprendimento dei rudimenti della lingua italiana nonché a favorire la diffusione della cultura civica italiana. E fin qui, passi. Punto due: erogazione di complessivi 150mila euro sottoforma di contributi a enti locali affinché si adoperino a far sì che i suddetti extracomunitari si inseriscano nella società e accettino di buon grado le persone della comunità ospitante. Capito a quale livello è giunto il buonismo della giunta democratica retta dal braccio destro del premier? I friulani, che come tutti gli italiani sono alle prese con problemi di sopravvivenza creati dalla crisi, sono ovviamente basiti. Stentano a digerire una spesa simile a carico delle casse pubbliche. E l’opposizione, da Forza Italia in giù, è fuori dagli stracci: non sopporta che si sprechi denaro in iniziative che lasciano il tempo che trovano, poiché gli ultimi arrivati nel nostro sgangherato Paese, non trovando lavoro, si procurano il necessario per campare mediante espedienti oltre i confini della legalità. È solo un timore, ma appare fondato. Molti di essi, tra l’altro, sono stati definiti dal prefetto di Gorizia, che non è un leghista incallito, dei «furbetti non provenienti da zone di guerra». Sarebbero cioè dei nullafacenti pronti a tutto pur di farsi mantenere da chi, per mostrarsi generoso e lucrare consensi, non lesina soldi prelevati dalle tasche dei cittadini. Un’operazione propagandistica studiata e realizzata da amministratori privi di sensibilità nei confronti dei friulani, già provati da enormi difficoltà provocate da un fisco vorace e da una oggettiva situazione economica ai limiti del fallimento. Ma la signora Serracchiani di tutto ciò se ne impipa. L’importante per lei è acquisire meriti presso gente che, prima o poi, voterà. Poi ci domandiamo dove finiscano i quattrini delle tasse. Ora lo sappiamo.

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LA CATASTROFE CHE INCOMBE SULL’EUROPA:TTIP

LE “RIFORME” CHE IL PD SOSTIENE SONO IN LINEA CON QUANTO IL TTIP RICHIEDE: RIFORMA FORNERO, JOB ACT E SOPRATTUTTO ABOLIZIONE TITOLO V COSTITUZIONE, PER VENDERE AI PESCECANI INTERNAZIONALI I SERVIZI ESSENZIALI DEI CITTADINI: TRASPORTI, ACQUEDOTTI, SCUOLE, SANITA’, GAS, ECC. Buona lettura, PDB

 

“L’ennesimo tentativo degli Stati Uniti di imporre la centralità di un imperialismo arrogante e assolutista”

di Comitato contro il TTIP – Ladispoli
Il 9 ottobre del 2014, il direttore della direzione generale del commercio della Commissione Europea, il belga Karel De Gucht, – oggi sostituito dalla svedese Cecilia Mallstrom – rendeva pubblico un documento di diciotto pagine, in cui erano riassunti, in modo abbastanza succinto, i termini dell’accordo commerciale di libero scambio in corso di negoziato tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America. Accordo identificato con la sigla TTIP, Transatlantic Trade and Investment Partnership (Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti).
Il testo integrale delle questioni dibattute dalle commissioni presiedute dai due negoziatori, lo spagnolo Ignacio Garcia Bercero per l’UE e Dan Mulley per gli USA, resta, tuttora, un misterioso segreto di stato, di cui soltanto otto funzionari della Commissione Europea ne conoscono i contenuti. Anche i deputati del Parlamento Europeo, che nel mese di giugno dovrebbero ratificare il testo dell’accordo, sono rimasti all’oscuro di questi negoziati.
Purtroppo si conoscono solo alcuni capitoli concernenti il commercio dei servizi pubblici e a quello elettronico (e-commerce), che sono stati pubblicati l’anno passato dal settimanale tedesco Zeit. Da parte sua l’Huffington Post recuperava altri tre capitoli sull’energia mentre l’organizzazione statunitense Center for International Environmental Law riusciva a recuperare alcuni stralci sulla normalizzazione tariffaria del settore chimico.
Ufficialmente il TTIP nacque nel giugno del 2013, quando il presidente Barak Obama e l’allora presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, dettero inizio al primo round dei negoziati, terminando una complessa fase di preparazione che si è protratta durante dodici anni. In questo lungo periodo fu registrato il fallimento del MAI (Accordo Multilaterale sugli Investimenti), il congelamento degli accordi promossi nell’ambito dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO), il trattato di libero scambio NAFTA, tra USA, Canada e Messico e i fallimentari negoziati per l’ALCA (USA e paesi del Sudamerica).
L’esperienza accumulata nella definizione di questi accordi è stata usata dagli USA e dall’UE per definire il TTIP ed anche il CETA (Accordo bilaterale UE-Canada), il TISA (Accordo generale sui servizi pubblici), il trattato di libero scambio tra l’Unione Europea e i paesi del Magreb e per ultimo il TPIP, l’accordo di libero scambio transpacifico tra gli USA e i paesi asiatici, esclusi la Cina, la Corea del Nord, il Vietnam e l’India.
Tutti questi accordi hanno in comune la logica geopolitica della globalizzazione del capitalismo, rivelandosi, quindi, un poderoso strumento al servizio della strategia globale degli Stati Uniti e, nello stesso tempo necessari per mettere in piedi un sistema di controllo economico di ambito mondiale da parte delle multinazionali e dei conglomerati finanziari.
Oggi gli Stati Uniti pretendono riaffermare la loro leadership imperiale nell’ambito del nuovo contesto internazionale, perché gli effetti e le conseguenze della dinamica dei differenti processi di globalizzazione (economica, commerciale, mediatica e culturale) hanno prodotto importanti cambiamenti nel mondo. Primo fra tutti l’affermazione di un’alternativa geopolitica, rappresentata dai paesi emergenti, oggi conosciuti con la sigla BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). Infatti, la diretta conseguenza della liberalizzazione dei mercati ha provocato, anche, la rapida decadenza della “Trilaterale” (USA, Giappone e Unione Europea) che, dal 1997, cioè subito dopo l’imposizione dell’accordo multilaterale sugli investimenti (MAI), non riuscì più ad affermare la sua centralità, nonostante gli USA fossero riusciti a disintegrare l’URSS e ad asserragliarsi militarmente nel Medio Oriente.
Per riacquistare una centralità geopolitica e geostrategica le “eccellenze” della Casa Bianca, oltre a rispolverare le vecchie teorie degli anni cinquanta, messe a punto durante l’esecuzione del Piano Marshall in Europa, hanno dato molta attenzione agli studi del CATO Institute e del Consiglio Atlantico, che hanno analizzato le conseguenze geopolitiche di una globalizzazione sempre più profonda e dinamica e l’affermazione della liberalizzazione dei mercati. Inoltre questi studi preparavano una “road map” identificando gli elementi che la Casa Bianca avrebbe dovuto costruire per riaffermare la leadership economica mondiale degli Stati Uniti. In pratica, si suggeriva alle eccellenze della Casa Bianca di usare l’autorità politica e il potere militare per cominciare a ridefinire gli standards della produzione mondiale, stabilendo discipline capaci di ordinare i mercati, oltre ad imporre il superamento del concetto del lavoro salariato. Uno scenario in cui gli USA si sono mossi perfettamente, cercando di fissare le nuove regole per la circolazione delle merci e dei capitali, per poi stabilire i processi normativi dei differenti settori commerciali, con l’obiettivo di garantire alle multinazionali e ai conglomerati finanziari di Wall Street un maggior profitto capitalista e un’elevata capacità di penetrazione in tutti i settori dell’economia mondiale.
Elementi, che diverranno affermativi in senso geopolitico e geostrategico quando gli USA, dopo la deludente esperienza del MAI, nel 1997, cominciarono a usare l’arma dei trattati bilaterali per il commercio e gli investimenti, con l’obiettivo di ridefinire la loro sfera d’influenza geostrategica ed espandere il potenziale economico, tecnologico e culturale delle multinazionali sui mercati mondiali, grazie anche al potere dell’industria militare, dei media e dei conglomerati finanziari di Wall Street.
Il trattato di libero scambio tra USA, Canada e Messico ”NAFTA” (North American Free Trade Agreement) ratificato nel 1994 da Bill Clinton, fu la prima esperienza in cui le eccellenze della Casa Bianca, si cimentarono per “armonizzare le normative del commercio bilaterale con il Messico e il Canada e, di conseguenza, dare una maggiore dinamica all’economia dei tre paesi”. In realtà, fu un brillante tentativo a scapito del Messico, in cui il potenziale delle multinazionali statunitensi e canadesi riuscì a sviluppare forme di monopolio in quella parte del continente americano, che si rivelarono i primi strumenti metodologici per rimettere in discussione la sovranità dello stato, il concetto di nazione, l’essenza dei diritti dei cittadini e, soprattutto, la funzione del lavoro e dei sindacati.
In seguito George W. Bush cercò di vassallizzare il Sudamerica e l’America Centrale con il trattato per la Zona di Libero Scambio delle Americhe “FTAA” (Free Trade Area of the America, ALCA in spagnolo), che però, nel 2005, venne meno alle sue aspettative, grazie alla posizione critica dei paesi legati al Mercosul e all’intransigenza del Brasile. Un trattato che poi fu definitivamente sotterrato nel 2008, quando negli USA scoppiò l’insolvibilità dei titoli immobiliari (bond) provocando una crisi finanziaria mondiale, che mise a nudo le contraddizioni del capitalismo statunitense, oltre a provocare autentici disastri in Europa, in Asia e nel resto del mondo.
Nel 2009, dopo i massicci interventi della FED, l’economia degli USA ripartì preferendo le relazioni politiche ed economiche con i paesi dell’Unione Europea che nel 2010 esportarono 220 miliardi di dollari, rappresentati da 720 milioni di prodotti con un valore che, complessivamente, rappresenta il 40% del PIL mondiale. La manutenzione di questo trend commerciale e la conclusione dei lavori della Commissione Prodi – favorevole, invece, ai trattati multilaterali con altri paesi del mondo -, mise in moto l’idea di un trattato bilaterale tra l’Europa e gli USA.
Quindi, nel 2010 gli USA rilanciano la proposta di un trattato di libero scambio che la Commissione Europea accettò a occhi chiusi, pur sapendo che i negoziati non si sarebbero limitati alla definizione dei prodotti e all’abbassamento dei dazi doganali, già molto bassi e che, in media, toccavano il 3%, ad eccezione di alcuni prodotti tessili e articoli della componentistica automobilistica che arrivavano fino all’8%.
Oggi, invece si sa che il trattato TTIP pretende “armonizzare le normative abbattendo le barriere non tariffarie” che impediscono alle multinazionali e alle grandi imprese esportatrici degli Stati Uniti di poter invadere i mercati europei. In pratica il TTIP è una specie di grimaldello con cui la Chevron e le altre multinazionali dell’energia, la Monsanto e la Cargill insieme agli altri colossi industriali dell’agro-bussiness, della farmacologia, della chimica, dell’elettricità, dei trasporti e i conglomerati finanziari degli Stati Uniti, cercheranno di scardinare gli elementi normativi che fino ad oggi hanno frenato le esportazioni statunitensi nei paesi dell’Unione Europea perché non presentavano le necessarie garanzie che invece i prodotti europei hanno.
È necessario ricordare che il comportamento di Karel De Gucht, direttore della direzione generale del commercio della Commissione Europea, fu determinante per imporre una svolta ai negoziati del TTIP. Infatti, De Gucht provocò una frenetica passione per il TTIP dichiarando alla stampa che: “…uno studio richiesto dalle industrie statunitensi sul TTIP mette in evidenza la crescita annuale del PIL dell’Unione Europea dell’1%, oltre a registrare la creazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro”. Dichiarazioni a effetto che permisero al Presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, di “secretare” i negoziati per evitare le critiche, poiché uno studio economico richiesto dalla Commissione Europea, sottolineava che “… L’impatto del TTIP sul PIL dei paesi dell’Unione Europea si sarebbe limitato a un tasso di crescita dello 0,1% su un arco di dieci anni… “. Un valore che gli economisti definirono “insignificante”.
Ma le critiche più importanti che si fanno al TTIP sono soprattutto di carattere politico oltre che economico, giacché con la cosiddetta “armonizzazione delle normative” in realtà le multinazionali statunitensi, finalmente riusciranno a eludere il “principio di precauzione” che l’Unione Europea adottò nel 1992, dopo il Summit dell’ONU a Rio de Janeiro. Un principio che si basa “… Sulla logica della precedenza in assoluto dei diritti delle persone fisiche sui diritti delle persone giuridiche”. Per questo motivo nei paesi dell’Unione Europea un prodotto non può essere posto in vendita se non ha sostenuto una serie di test obbligatori, con i quali le agenzie di controllo hanno la certezza che il suddetto non farà male ai consumatori. Un principio che non esiste negli USA, dove le agenzie di controllo, in base alla logica del liberalismo economico, permettono l’immediata commercializzazione dei prodotti che sarà interrotta soltanto quando migliaia di consumatori denunciano di essere stati danneggiati con avvelenamenti o altri drammi di natura fisica. Inoltre il consumatore statunitense dovrà assumersi tutti i costi giudiziari per denunciare l’industria e chiedere un risarcimento.
Per questo motivo, le multinazionali farmacologiche degli USA, nel maggio del 2013, imposero all’allora capo negoziatore degli USA, Michael Froman, di presentare sul tavolo dei negoziati di Bruxelles due importanti questioni “a) il ritiro del principio di precauzione perché aumenterebbe i costi di produzione, oltre a ritardare il lancio dei nuovi prodotti sul mercato; b) il riconoscimento dei brevetti e dei diritti di proprietà intellettuale, per evitare la produzione dei farmaci generici. Secondo “Big Farma” queste due questioni sarebbero “… Una barriera non tariffaria che impedisce di esercitare il proprio diritto al profitto…”.
In proposito il premio Nobel per l’economia del 2001, Joseph Stiglitz, nell’agosto del 2014, in una conferenza realizzata nel National Gallery of Scotland, di Edimburgo dichiarava: “… In sostanza il TTIP comporterà la riduzione delle garanzie e una mancanza di tutela dei diritti dei consumatori. Da parte loro, i sostenitori del TTIP dicono che l’accordo favorirà la crescita economica nei paesi dell’Unione Europea. Una crescita che però uno studio della Tufts University del Massachusetts mette in discussione, ricordando che il TTIP presenta altri effetti negativi, tra cui la disarticolazione del mercato interno europeo, la depressione della domanda interna e, quindi, la conseguente diminuzione del PIL nella maggior parte dei paesi dell’Unione Europea. Lo studio della Tufts University è importante perché focalizza il futuro dell’agricoltura europea, normalmente realizzata con piccole proprietà che non potranno resistere alla sleale concorrenza dei prodotti OGM e tanto meno impedire che le multinazionali statunitensi dell’agro-bussiness, con l’acuirsi della crisi nel settore agricolo, comprino a ‘prezzi da banana’ i terreni dei piccoli proprietari per farne delle piantagioni OGM. E poi che dire delle differenze qualitative nell’allevamento dei bovini che negli USA sono ingrassati con prodotti a base di ormoni e fitormoni, in quanto che i polli sono sottoposti a bagni di cloro?”
In seguito, Joseph Stiglitz fu tassativo nell’affermare che “… il grande obbiettivo del TTIP è la declassificazione della funzione sociale del lavoro. Con il TTIP, in Europa la maggior parte degli stipendi saranno abbassatiper equipararli a quelli degli USA che, come tutti sanno, sono più bassi di quelli europei. Quindi gli unici a essere avvantaggiati saranno le filiali europee delle multinazionali statunitensi che potranno, finalmente pagare i loro operai europei secondo i parametri vigenti negli USA. Poi se qualcuno cercherà di opporsi, non potrà ricorrere al tradizionale tribunale nazionale, dove il giudice usa i codici penali e civili nazionali. No! Con il TTIP il ricorso dovrà essere fatto attraverso una corte arbitrale statunitense, che è un tribunale di natura privata, dominato dagli staff di avvocati delle multinazionali, molti dei quali esercitano anche la funzione di giudici!”
Le principali vittime del TTIP: Agricoltura, Acqua, Servizi Pubblici, Ambiente e Lavoro
Dal 1996, le “eccellenze” del liberalismo statunitense e britannico cercarono di far approvare un Accordo Generale sul Commercio dei Servizi (AGCS) nell’ambito dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) per annullare la logica del “Welfare State”. Un’operazione che non andò in porto perché all’interno del WTO prevalse l’idea che “i servizi pubblici non forniscono prodotti commerciali ma, bensì corrispondono i diritti universali dei cittadini con il funzionamento di aziende pubbliche per la sanità, i trasporti, le telecomunicazioni, l’energia, l’istruzione e la cultura…”. Tutto ciò, secondo i “guru” del liberalismo, avrebbe rafforzato enormemente i sindacati creando nei paesi europei un clima contrario al profitto e avverso alle imprese private.
Il perdurare della crisi finanziaria ed economica che affligge i paesi europei e l’imposizione delle drastiche misure di austerità ha permesso alle “eccellenze” della Casa Bianca di proporre alla Commissione Europea un trattato di nuovo tipo che risanerebbe l’economia europea, annullando il fiscal compact e le misure di austerità. In pratica le eccellenze del liberalismo statunitense affermano che con l’implementazione del TTIP (accordo tra USA e Unione Europea), del TIPP (accordo tra USA e paesi asiatici del Pacifico) e il TISA (accordo sulla globalizzazione dei servizi pubblici non commerciabili) l’economia capitalista entrerà in una fase superiore.
Nella riunione del nuovo G7 (senza la Russia e la Cina) Barak Obama ha imposto che il Parlamento Europeo ratifichi il TTIP senza tergiversare, poiché con questo accordo gli Stati Uniti potranno essere la base di un colosso economico, tecnologico e finanziario capace di respingere l’avanzata dei BRICS. La Cina, per esempio, nel 2014 ha registrato il record commerciale mondiale con un attivo di 4.160 miliardi di dollari, di cui più della meta, 2.210 miliardi, rappresentati dalle esportazioni. Di conseguenza, nel 2014, gli USA sono scesi al secondo posto con un attivo di 3.560 miliardi di dollari, di cui 368,4 d’importazioni provenienti dalla Cina. È per questo motivo che la Casa Bianca sta usando 600 consiglieri nei negoziati con l’Unione Europea di modo che il TTIP adotti integralmente la versione statunitense con la quale si registreranno profondi cambiamenti nell’economia europea e soprattutto in quella dei paesi del sud, cioè Portogallo, Spagna, Italia, Francia, Grecia, Bulgaria e Romania, seguiti da profonde modificazioni nelle relazioni tra cittadini e istituzioni e nel concetto di sovranità nazionale degli stati.
Uno scenario che dovrebbe preoccupare i popoli dell’Unione Europea che sono mantenuti all’oscuro di tutto grazie all’accettazione servile dei negoziati segreti da parte dei tecnocrati della Commissione Europea; alla complicità dei primi ministri e rispettivi presidenti dei ventotto paesi dell’Unione Europea; e alla “censura intelligente” realizzata dai direttori di 98% dei quotidiani, delle riviste e delle radio e di tutte le televisioni.
Per questi motivi è iniziata la campagna STOP TTIP con l’obbiettivo di spiegare alle popolazioni quello che sta succedendo a Bruxelles e quindi denunciare cosa succederà in Europa con il TTIP.
1) Agricoltura, Allevamenti e Sovranità alimentare — Questi settori saranno stravolti con l’arrivo dei prodotti OGM (geneticamente modificati) che negli Stai Uniti sono venduti a prezzi stracciati soprattutto all’industria alimentare, che inonderà i supermercati europei con i suoi prodotti. Infatti, riducendo le informazioni sulle etichette, i consumatori non sapranno più distinguere i prodotti naturali dagli OGM. Cioè nessuno riuscirà a capire se la carne bovina o suina proviene da un animale che è stato ingrassato con ormoni, o con fitormoni. Se i polli sono cresciuti con alimenti a base di antibiotici e se le sue carni sono state conservate con il lavaggio chimico del cloro. L’esperienza messicana del NAFTA, insegna che le multinazionali dell’agro-bussiness statunitense dispongono di una perfetta struttura finanziaria e pubblicitaria preparata per invadere le campagne vendendo i semi OGM, i nuovi fertilizzanti e i pesticidi (senza alcuna garanzia sulla potenzialità delle componenti velenose) a prezzi bassissimi nei primi tre anni di produzione. Di conseguenza i piccoli e medi proprietari agricoli europei che rifiutassero associarsi al carrozzone pubblicitario dell’agro-bussiness saranno costretti a vendere le loro terre a causa della concorrenza sleale dei prodotti OGM. Nello stesso tempo altri contadini saranno conquistati dalle campagne di pubblicità delle imprese di bio-combustibili e passeranno a coltivare super-prodotti OGM destinati alla produzione dei bio-carburanti. Cosi facendo la sovranità alimentare e cioè il diritto a un cibo di qualità e il diritto alla difesa di un ambiente sano saranno praticamente stravolti.
2) Acqua — Tutti i governi che in Italia si sono succeduti dopo il referendum dell’acqua, nel 2011, hanno fatto finta di essersi dimenticati che la sovranità popolare ha deciso che l’acqua non è privatizzabile. Per aggirare questo ostacolo, il governo Berlusconi inventò la semplificazione amministrativa delle imprese municipali dell’acqua. Poi il governo di Matteo Renzi ha redatto un decreto legge in cui queste imprese hanno l’obbligo di costituirsi in SpA e quindi di associarsi tra di loro per meglio convivere nel mondo delle borse valori. In questo modo si è realizzata una privatizzazione ‘bianca”, giacché l’obbiettivo principale di queste imprese non è più il servizio universale della distribuzione dell’acqua potabile, bensì il profitto e la rendita delle stesse imprese, che per ottenerlo dovranno essere gestite come una qualsiasi azienda commerciale. Che è quello che sta facendo l’ACEA ATO2 a Roma e nel Lazio.
Da sottolineare che la quotazione in Borsa comporta il rischio degli attacchi speculativi con cui le azioni della parte maggioritaria (pubblica) potranno essere comprate o addirittura vendute per “sanare il bilancio”. Se poi qualche Comune o Regione si rifiuta di cedere l’impresa municipale all’investitore privato o se richiederà l’intervento delle autorità giudiziarie nazionali per contestare l’aumento dei prezzi per la distribuzione dell’acqua imposti dalla nuova azienda (filiale di una multinazionale degli USA), l’investitore statunitense si rivolgerà all’arbitrato internazionale Stato-Impresa, il cosiddetto ISDS, Investor State Dispute Settlement. L’ISDS realizzerà il processo negli USA per condannare il Comune, la Regione o addirittura lo Stato ratificando una condanna con una multa di vari i milioni di euro che dovranno essere pagati all’investitore per poter questi “avere perso il profitto previsto”.
Inoltre se per esempio il Parlamento italiano, prima dell’entrata in vigore del TTIP, approva una legge che stabilisce norme che regolano prezzi e obblighi di distribuzione idrica, una qualsiasi multinazionale degli USA o di altri paesi europei interessata alla gestione del servizio idrico in Italia, potrà processare lo stato italiano ricorrendo al cosiddetto ISDS e richiedere compensazioni di vari miliardi di Euro invocando il “mancato previsto profitto”. Così facendo, il mancato previsto profitto si trasforma in una specie di ricatto preventivo nei confronti delle istituzioni o delle agenzie di controllo che contestano le filiali delle multinazionali.
3) Servizi Pubblici — Senza voler considerare quello che sarà deciso con il nuovo trattato TISA sulla commercializzazione dei prodotti dei servizi pubblici non privatizzabili, il TTIP prevede l’annullamento del concetto di servizio pubblico universale. In questo  modo ogni servizio prestato da un’istituzione o impresa pubblica (scuola, salute, trasporti,elettricità, assistenza ecc) dovrà essere considerato “… un prodotto commercializzato tra un erogatore privato e un cliente”. Scompare, quindi il diritto universale per l’istruzione, la salute e tutti quei servizi garantiti dal “Welfare State”.
Con il TTIP sarà rivoluzionato il sistema dei ticket sanitari e scompariranno i medici di famiglia. Infatti i primi saranno allargati a tutte le prestazioni sanitarie escluse quelle di pronto soccorso grave, però chi non possiede un’assicurazione sarà direzionato negli ospedali pubblici per i “non assicurati”, vale a dire per i più poveri, con evidenti differenze nella qualità delle prestazioni sanitarie. Nelle scuole i genitori dovranno ricorrere al “voucher istituzionale” per iscrivere il figlio in una scuola pubblica, che, però è organizzata come una scuola privata. É chiaro che le università e le scuole superiori saranno trasformate in “aziende” con un bilancio che non potrà eccedere in nessun caso.
Comunque il peggio sarà per i trasporti pubblici e l’elettricità, dove le grandi imprese pubbliche saranno prese d’assalto dagli investitori statunitensi ed europei, obbligando lo stato ad accollarsi l’onere delle linee di trasporto che non offrono profitto. Per esempio i treni pendolari, le linee di autobus nel territorio suburbano. Inoltre, la liberalizzazione dei servizi pubblici riguarda anche gli appalti pubblici, dove sarà proibito offrire “un trattamento più favorevole” alle imprese e alla mano di opera locale…”. Insomma le aziende europee potranno partecipare alle gare d’appalto statunitensi e viceversa che potranno “importare” lavoratori, senza aver l’obbligo di ricorrere alla mano d’opera locale.
Ambiente — Il conflitto geostrategico che oppone gli USA alla Russia ha spinto il presidente Obama a proporre ai capi di governo dei principali paesi europei di sostituire le forniture di gas russo con lo shale-gas estratto negli USA. Il problema è che per ottenere il gas e il petrolio di scisto le imprese usano la tecnica estrattiva del fracking che è un vero disastro per l’ambiente.
In pratica con il TTIP il governo degli USA potrà legittimare il fracking e quindi incentivare tutte le forme di distruzione dell’ambiente naturale per ottenere profitto con l’estrazione di minerali, o con il taglio indiscriminato di foreste o il ritiro massivo di sabbie e sassi dai letti dei fiumi. Ugualmente con il TTIP potranno venire meno tutte quelle norme che limitano l’uso eccessivo delle discariche e che esigono una funzionalità specifica per il trattamento dei residui organici, tossici e riciclabili.
Lavoro e Sindacati — Come è stato detto, il lavoro è il capitolo che meno spazio occupa nei negoziati perché anche in Europa la logica liberista ha voluto annullare l’ importanza sociale e politica del lavoro, per poi svilirlo al semplice conteggio dei costi occupazionali. Il Jobs Act di Matteo Renzi è una proposta che si inserisce perfettamente nella logica del TTIP, minimizzando i diritti fondamentali dei lavoratori. Quasi tutti i grandi economisti non compromessi con le multinazionali hanno previsto l’abbassamento dei salari, giacché a causa della cosiddetta libertà di circolazione, le imprese di un paese potranno applicare in un altro paese i salari vigenti nel proprio. Ciò significa che le imprese statunitensi, che si stabiliranno in Europa, potranno beneficiarsi di abbassare i salari fino ai valori esistenti negli USA.
Con il TTIP la definizione dei diritti sindacali europei sarà sempre più indefinita, saranno cancellati se contrari alle norme sul libero scambio e la libera circolazione. Cioè se differenti dalle norme adottate negli USA dove, come tutti sappiamo il sindacalismo è uno dei peggiori al mondo. Inoltre, se per esempio il sindacato dei lavoratori di una industria vuole contestare la cancellazione di alcuni diritti sindacali, non potrà farlo querelando l’industria presso il locale giudice del lavoro. Dovrà, invece, armarsi di molta pazienza e dollari per aprire un processo negli USA rivolgendosi a una corte arbitrale statunitense. Processi che saranno sempre vinti dalle imprese statunitensi visto che gli Stai Uniti hanno ratificato solo due delle otto norme fondamentali fissate dall’ONU attraverso l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO).
Oltre a questi capitoli specifici, il TTIP stralcia la maggior parte delle “norme non tariffarie” che regolano il commercio dei prodotti energetici, chimici, farmaceutici, disgregando, anche, gli interventi legislativi che regolano l’implementazione dei progetti d’investimento nei suddetti settori. Non possiamo dimenticare che le multinazionali statunitensi vogliono riprodurre nel TTIP le norme suggerite dall’ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement), con cui si voleva imporre un trattato internazionale sulla proprietà intellettuale, che però le mobilitazioni europee in difesa della libertà d’espressione online costrinsero i governi a sospendere quei negoziati.
D’altra parte la sicurezza dei dati personali è fondamentale per il libero funzionamento delle reti telefoniche e dei grandi server. Il rischio che si corre con il TTIP è che la violazione della privacy rischia di essere legalizzata per commercializzare i dati personali di potenziali consumatori. Cosa che alcuni hacker già fanno negli Stati Uniti. Infatti, il recente scandalo “Datagate”, che scoppiò l’anno passato negli Stati Uniti, ha dimostrato che quando le regole sono bassissime le intercettazioni telefoniche e la violazione dei grandi server come Google, Yahoo, Facebook, Apple e Youtube, possono essere realizzati con estrema facilita da chiunque e non solo dai funzionari del FBI o della CIA.
Per concludere, risulta evidente che le “regole del libero mercato americano” che Barak Obama vuole imporre ai paesi dell’Unione Europea con il trattato di Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti (TTIP), in realtà è solo una truffa metodologica, più o meno intelligente. Oggi, le eccellenze del capitalismo mondiale pretendono obbligarci a convivere con l’abbassamento degli standards di qualità; con maggiori rischi per la salute e per l’ambiente. Vogliono, in pratica annullare i diritti sul lavoro e sottometterci con il falso sogno di un mercato che risolve tutti i problemi e che si sostituisce anche alla democrazia.
Quindi non siamo estremisti quando diciamo che il TTIP, è, soprattutto, l’ennesimo tentativo degli Stati Uniti di imporre la centralità di un imperialismo arrogante e assolutista che bisogna combattere, con buona pace per le visionarie ‘moltitudini’ di Toni Negri.
Fonte: ALBAINFORMAZIONE

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SON SEMPRE LORO A FOMENTARE IL CAOS OVUNQUE

Ecco a chi dobbiamo il disastro libico
Così hanno trasformato quello che era uno dei paesi più stabili e floridi dell’Africa in un cumulo di macerie
Giampaolo Rossi – Ven, 19/12/2014 – 09:07

Un francese, un’americana e un italiano: non è l’incipit di un barzelletta ma coloro che dobbiamo ringraziare per aver imposto con miopia la più assurda tra le assurde guerre che l’Occidente ha condotto in questi ultimi anni in nome dell’imperativo umanitario.

Il disastro in Libia e lo spaventoso errore di generare un “regime change” non governato, trasformando quello che era uno dei paesi più stabili e floridi dell’Africa in un cumulo di macerie, hanno tre firme d’autore.
La prima è quella Nicolas Sarkozy, l’ex presidente francese, gollista con velleità napoleoniche. Fu lui a volere con tutta la forza l’abbattimento del regime di Gheddafi nella convinzione che la Francia avrebbe recuperato la sua “grandeur” e lui i sondaggi che lo davano peggior Presidente francese degli ultimi 20 anni (record negativo oggi conquistato da Hollande).
Fu lui a guidare le potenze occidentali al riconoscimento di un governo libico d’insorti che aveva la legittimità di un pinguino nel Sahara e fu lui ad imporre, ad un recalcitrante Obama, i bombardamenti contro l’esercito di Gheddafi che portarono la Nato ad entrare a gamba tesa in una guerra civile schierandosi con uno dei contendenti e violando così il principio di non ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano. Fu lui a recarsi nei giorni della fuga di Gheddafi, a Tripoli con al fianco Bernard Henry Levy il filosofo francese di sinistra da sempre protettore delle bombe umanitarie; ufficialmente per rassicurare i libici sul ruolo della Francia nella costruzione della democrazia e per chiudere qualche accordo sullo sfruttamento delle risorse energetiche del ricco paese africano, ufficiosamente per far sparire le tracce sui rapporti non proprio eleganti tra lui e Gheddafi.
Il secondo artefice del disastro è una donna, americana: la democratica Hillary Clinton. Fu lei a trascinare di malavoglia l’amministrazione Obama nella guerra “francese” in nome della difesa di diritti umani che in Libia erano violati più dai ribelli che dai lealisti di Gheddafi; e lo fece applicando un principio del tutto nuovo: quello della guerra umanitaria preventiva (ne parlammo qui). L’idea cioè, che gli Usa, in Libia, dovessero intervenire non per i punire i crimini commessi dal regime ma per quelli che avrebbe potuto commettere. In altre parole, io ti bombardo non per quello che hai fatto ma per quello che io penso tu farai: una follia nel diritto internazionale.
Il terzo da ringraziare è italiano e si chiama Giorgio Napolitano. Fu lui a spingere l’Italia nella guerra facendoci aderire alla coalizione che doveva applicare la risoluzione Onu, ma di fatto abbattere il regime libico al grido: “non lasciamo calpestare il Risorgimento arabo”. Berlusconi (allora presidente del Consiglio) si era opposto all’intervento militare per ragioni facili da comprendere: primo per un rapporto di fiducia costruito negli anni con il leader libico Gheddafi, fiducia che aveva portato importanti accordi economici tra i due paesi e un impegno della Libia a controllare l’immigrazione clandestina verso le nostre coste (impegno che aveva fatto diminuire gli sbarchi sulle coste italiane del 90%). Secondo, perché sapeva che il vuoto di potere creato sarebbe stato pericolosissimo per i nostri interessi nazionali.
Ma in quei mesi la figura del premier italiano era indebolita, assediata dalle inchieste giudiziarie, dalla perdita di credibilità internazionale dovuta allo scandalo Ruby e dalle manovre in atto di quelle tecnocrazie che avrebbero poi portato al complotto del novembre 2011. Napolitano ne approfittò e, in perfetta obbedienza a quei poteri internazionali per i quali subisce un naturale fascino, impose la nostra entrata nel conflitto non trattando nemmeno i posti a sedere nella gestione del dopoguerra e impedendo che il nostro Paese creasse un’asse neutrale con la Germania (che allo sciagurato attacco alla Libia non partecipò). Anche perché senza le basi italiane e la partecipazione dei nostri aerei nelle missioni di bombardamento e interdizione, l’operazione internazionale avrebbe avuto difficoltà a realizzarsi. Ed è grazie alle loro resposnabilità che ora l’Occidente sta a guardare la disintegrazione della Libia e la trasformazione della guerra civile in un conflitto regionale con il coinvolgimento già attivo di Egitto ed Emirati Arabi, il rischio di allargamento alla Tunisia e l’espansione dell’islamismo. Sarkozy, Clinton e Napolitano: ecco chi dobbiamo ringraziare se oggi l’integralismo sta dilagando in Libia e i jihadisti sono ormai a due ore dalle coste italiane.
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IL DELIRIO ANTI-PUTIN Il Giornale 16 II 2015
Nel marzo scorso Hillary Clinton, ex segretario di Stato americano e probabile candidata liberal alla presidenza 2016, ha dichiarato che Vladimir Putin è come Hitler; la sua politica di difesa della minoranza russa in Ucraina sarebbe uguale alla difesa che il Fürher fece dei “tedeschi etnici” in Cecoslovacchia e Romania, prima dell’invasione dei due paesi da parte della Germania; come a dire anche Putin si sta preparando all’invasione.
La Clinton non è nuova a queste acrobazie concettuali: fu lei a giustificare la guerra in Libia del 2011 con una previsione inventata su una follia giuridica (lo abbiamo spiegato qui).
Qualche giorno fa sul New York Times, Thomas Friedman, influente intellettuale dell’establishment di Washington, ha rincarato la dose: non solo ha dato ragione alla Clinton ma è andato oltre affermando anche che Putin usa la propaganda come la usava Goebbels.
Sul principale quotidiano americano, Friedman si è scagliato contro un capo di Stato estero con una violenza raramente vista, definendolo addirittura un “Thug” termine per indicare un delinquente o un gangster.
IL BRAND HITLER
L’uso dell’iperbole hitleriana e nazista per identificare periodicamente il nemico assoluto, è ormai una pratica consuetudinaria nel linguaggio delle leadership statunitensi (e in genere occidentali).
Hitler è il brand perfetto per qualsiasi operazione di marketing distruttivo; un consolidato packaging, un confezionamento perfetto per vendere cianfrusaglie propagandistiche negli scaffali dei media democratici e occidentali.
Paragonare qualcuno a Hitler significa negargli legittimità politica e civile. Significa trasformarlo in un nemico assoluto, provocando (o pensando di provocare) una reazione viscerale nell’opinione pubblica.
Nel linguaggio della diplomazia, significa in realtà ben altro: che non lo si riconosce più come interlocutore politico e che le vie della mediazione sono praticamente finite.
E così, negli anni, abbiamo visto moltitudini di novelli Hitler divenire l’incubo per l’America:  lo fu Saddam Hussein per Bush padre; il serbo Milošević per Bill Clinton; il siriano Assad per John Kerry (nel momento in cui gli Usa pensavano di intervenire in Siria); e ora Putin.
Ovviamente ai falchi di Washington manca il senso della storia: paragonare un Presidente della Russia a Hitler tralascia il piccolo particolare che quel paese pagò un tributo di sangue di milioni di morti (civili e militari) per fermare l’invasione nazista.
Se la storia vivesse di paradossi  ironici ci sarebbe da sorridere del fatto che, per fermare il Putin/Hitler, gli Usa si apprestano ad inviare armi e aiuti che andranno a finire ad armare anche i reparti neonazisti che compongono l’esercito della nuova democratica Ucraina; contraddizioni del politically correct.
Una storia già vista anche nel caso dell’Isis. Forse è per questo che Friedman nel suo articolo ha affermato che la partita sull’Ucraina conta più di quella contro i jihadisti del Califfato.
SOROS VUOLE METTERE L’ELMETTO (AGLI ALTRI)
La realtà è che l’élite che prova a governare i processi globali ha deciso di spingere sull’acceleratore del conflitto e per giustificare questo è costretta a ricorrere alla criminalizzazione assoluta dell’avversario.
Non è un caso che qualche giorno fa l’illuminato finanziere George Soros (sempre lui), che a Novembre intervistato da France24 aveva gentilmente definito la Russia uno “Stato-Mafia”, ha deciso di tornare sull’argomento dettando la linea agli europei su ciò che devono fare. In un lungo saggio su The New York Review of Books, ha spiegato come le sanzioni alla Russia servono a trascinare il paese in default e per questo devono essere mantenute; e ha consigliato caldamente gli europei di trovare risorse economiche aggiuntive , “anche in maniera non ortodossa”, da dare all’Ucraina per farla uscire dalla crisi economica e consentire di rafforzare l’attuale leadership (ovviamente per il bene dell’Europa stessa e per il trionfo della democrazia).
D’altronde che in Ucraina si muovano interessi che coinvolgono direttamente membri dell’attuale amministrazione Usa, lo rivelammo in questo articolo dell’Agosto scorso. La domanda è se quegli interessi per i quali irresponsabili élites intellettuali e finanziarie sono disposte a rischiare tutto, sono anche gli interessi dell’Europa.
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ECCO LE RIFORME “URGENTI” CHE IL GOVERNO DEVE FARE

Vogliono acqua, luce e gas: soldi a palate, e il Pd obbedirà (da Libreidee)
Scritto il 27/1/15
Acqua, luce, gas. Perché il Pd vuole privatizzare i servizi pubblici fondamentali? Perché gliel’hanno ordinato gli speculatori: la finanza ci guadagna di più e non rischia niente. Ecco il motivo dell’invocata modifica del Titolo V della Costituzione, che tuttora affida agli enti locali il controllo delle reti di distribuzione. Tutto iniziò con Franco Bassanini, attuale presidente della Cdp, la Cassa Depositi e Prestiti. Già socialista, poi transitato al Pds: fu lui, ricorda Paolo Barnard, a sferrare il primo storico attacco alla gestione pubblica dei servizi degli enti locali, le “utility”. Risultato: la legge 267 del 2000, figlia del lavoro svolto negli anni ‘90 da questo tecnocrate europeista. Bassanini «obbediva al già infame trattato Gats dell’Organizzazione Mondiale del Commercio di Ginevra», cioè il trattato del Wto che «mirava a mettere nelle mani degli speculatori internazionali (cioè privatizzare) i tuoi servizi essenziali, come scuola, sanità, assistenza sociale, cimiteri, anagrafe, acqua, luce, gas». Poi il Gats «si è impantanato», ma niente paura: oggi rientra dalla finestra col nome di Tisa ed è collegato al Ttip, il Trattato Transatlantico sul commercio.
Dopo le “limature” di Prodi e D’Alema alla fine degli anni ’90, continua Barnard, oggi Renzi «vuole portare la stoccata finale alla privatizzazione dei servizi enti locali». Domanda: «Ma perché tutta ’sta furia del Pd (coccige di Wall Street) a fare ’ste “riforme”?». La risposta è persino banale: «Gli investitori sanno da tempo che investire in un servizio “utility” rende molto di più e si rischia molto di meno che investire nelle banche». Per la precisione, «significa che uno speculatore/investitore americano o russo o cinese guadagna molto di più, e rischia 9 volte di meno!, a investire nell’acqua o nel gas di un Comune che li privatizza piuttosto che a investire in Unicredit o Intesa o Bank of America o Bnp Paribas o Deutsche Bank». Non ci credete? «Non credete che mettere 1 milione di dollari sull’acqua sia mooolto meglio che metterli nelle super-potenti banche?». Il modello, continua Barnard, viene ovviamente dall’America: «Le “utility”, cioè proprio i servizi locali di acqua, luce e gas, hanno garantito agli investitori americani degli utili dall’80% al 50% di media!».
Rendimenti stellari, se paragonati ai settori finanziari classici, le mega-banche: ai suoi investitori, Jp Morgan ha garantito il 30%, mentre Bank of America «un miserabile 4%», e un colosso come Citigoup «un’agonia dello 0,9%». Senza contare i debiti, naturalmente: «Imparate che il rapporto fra i debiti di una banca e il suo capitale (azioni) si chiama “leverage ratio”. Più alto è il debito e più basso è il capitale, più c’è “leverage” (rischio). Gli investitori hanno sempre guardato a questo rapporto debiti-capitale quando hanno messo soldi in banche o in “utility”. Oggi – aggiunge Barnard – la realtà che gli Stati Uniti hanno insegnato all’Europa è che chi investe in banca si becca in media un “leverage” di 1 di capitale contro 10 di debiti, mentre, e qui sta il punto dei punti, chi investe in “utilities” si becca un rischio 9 volte inferiore, oltre che molti più utili». Il nostro problema? «Il rapido Renzi scondinzola», quindi «noi cittadini siamo fottuti», visto che «qui si chiude il cerchio maledetto: la finanza ordina, il Pd obbedisce». Disposizione chiara: via il Titolo V, per poter privatizzare le “utility”. Coi più sentiti ringraziamenti, da parte degli speculatori, agli italiani che hanno votato Pd.

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