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“Mentite come il diavolo!”: i media occidentali e Putin

L’OSSESSIONE PATOLOGICA       “il giornale” 29 IV 2016
In Occidente l’ossessione anti-Putin sta arrivando a livelli patologici; coinvolge l’élite politica, intellettuale e tecnocratica tra le due sponde dell’Atlantico. È una sorta di virus impazzito propagato dalle centrali dell’intelligence che utilizzano il mainstream (cioè l’insieme dei “media democratici” che sono democraticamente finanziati dal sistema bancario ed industriale legato a doppio filo a quelle centrali), per cercare di trasformarlo in immaginario da far assorbire all’opinione pubblica.
L’intero sistema che si muove come un meccanismo perfettamente oliato da anni di tecniche manipolatorie; meccanismo che, su Putin e sulla Russia, è costantemente in azione.

L’ULTIMA BALLA: UN ESERCITO SEGRETO IN EUROPA
L’ultimo caso, in ordine di tempo, è l’incredibile scoop del Bild di qualche giorno fa: secondo il giornale tedesco Putin avrebbe infiltrato addirittura “un esercito segreto in Europa”, composto da centinaia di uomini addestrati allo scopo di scatenare rivolte di piazza e disordini nelle città occidentali; di questi, 300 sarebbero solo in Germania reclutati tra poliziotti e militari e addestrati tra le montagne della Svizzera al temibilissimo “Systema” l’arte marziale russa antica di secoli e diventata la principale tecnica di combattimento delle forze speciali di Mosca.

La fonte della notizia? Un tale Boris Reitschuster, giornalista tedesco ed “esperto di Putin”,  il quale nel suo ultimo libro cita un presunto report di un presunto “servizio segreto europeo” che lui avrebbe letto ma che a noi non fa leggere. Insomma spazzatura pura che non meriterebbe neppure una citazione a margine e che invece è pubblicata sul giornale più venduto d’Europa e ripresa da molti altri, tra cui l’inglese Daily Mail, secondo un meccanismo di rimbalzo tipico del sistema mediatico.

COME FUNZIONA IL SISTEMA
In questi ultimi anni, il tentativo dei media occidentali è stato quello di dipingere l’immagine di una Russia pronta ad aggredire l’Europa (cosa tecnicamente impossibile) e del suo leader definito di volta in volta un “nuovo Hitler”, un “gangster”, un “killer”.
Dalla crisi in Ucraina all’intervento militare in Siria, i media occidentali hanno sistematicamente manipolato la verità allo scopo di nascondere i veri processi in atto: per esempio i disegni espansionistici della Nato ad est (che abbiamo mostrato nei documenti Usa), la destabilizzazione del Medio Oriente costruita a tavolino con la guerra in Libia e con con la finta opposizione all’avanzata del Califfato. Affiancando tutto questo ad inverosimili deliri come quello recentemente pubblicato sul Guardian a firma di George Soros secondo cui l’attuale invasione di profughi in Europa, sia un piano voluto da Putin per distruggere l’Unione Europea.

Il sistema propagandistico non è una massa inerte ma reagisce a precise stimoli esterni: per esempio dopo il recente successo militare e diplomatico dell’intervento russo in Siria e di fronte alla crescente popolarità internazionale di Putin, il sistema ha prodotto il massimo livello operativo agganciando lo scandalo dei Panama Papers alla figura del Presidente russo con un’operazione di sovrapposizione perfetta. Come ad un segnale stabilito, l’intero sistema dell’informazione occidentale (guidato dai media britannici) ha lanciato campagna diffamatoria contro il capo del Cremlino costruita su illazioni prive di qualsiasi fondamento; televisioni, giornali, analisti, docu-video virali sul web, hanno prodotto una mole impressionante di disinformazione identificando lo scandalo dei Panama Papers con Vladimir Putin. Ci sono voluti giorni che scoprire che negli oltre 11 milioni di documenti in oggetto il nome di Putin non compare mai, ma solo quello di un suo amico detentore di società off-shore. Molto meno dei nomi di collaboratori e finanziatori di Hillary Clinton che compaiono negli stessi documenti ma che non hanno avuto stranamente risalto (l’imbroglio dei Panama Papers l’abbiamo raccontato in tempi non sospetti, qui)

Nel circuito di uso e consumo, ogni volta che le tesi manipolate dai media sono smentite dai fatti, il sistema rilancia con una manipolazione nuova ed originale.

MENTITE COME IL DIAVOLO!
Il mainstream occidentale ha bisogno di assolutizzare il suo nemico; ha bisogno di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle vere strategie in atto. In parte è un processo naturale e legittimo che ogni sistema di potere e controllo esercita  per preservarsi. In parte è anche dovuto alla tendenza dell’Occidente di rivestire di criteri morali azioni che di morale non hanno nulla, trasformando le dinamiche della geopolitica in una lotta del “Bene” (occidentale) contro il “Male” (tutto ciò che gli si oppone).

Nella convinzione di essere sempre dalla parte del bene, l’Occidente e i suoi media narranti fanno proprio l’insegnamento che Voltaire impartiva al suo amico Thiriot: per chi si crede nel giusto anche la menzogna è una virtù; per questo “bisogna mentire come il diavolo, non timidamente, ma con  coraggio e sempre”.


Su Twitter: @GiampaoloRossi

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“Con Clinton presidente sarà guerra mondiale”

  • Apr 27, 2016 il giornale

English version

Diana Johnstone ha scritto una pungente biografia di Hillary Clinton, pubblicata in Italia da Zambon.

Di questo testo abbiamo già avuto modo di parlare. Questa notte, però, nel Super martedì del Nordest , la Clinton ha vinto in altri cinque Stati mentre settimana scorsa ha vinto a New York. Hillary, insomma, corre spedita verso le elezioni.

Prima di arrivare all’attualità, ci piacerebbe capire chi è realmente Hillary Clinton. Come si è formata? Quali sono i suoi riferimenti culturali?

Hillary è nata nel 1947, in una famiglia repubblicana del ceto medio conservatore, dominata da un padre esigente che sembra averle trasmesso le sue ambizioni irrealizzate. La sua filosofia di base è sempre stata quella del lato aggressivo e individualistico del sogno americano: se si tenta con la forza, si va avanti. Questa visione implica uno scarso rispetto per coloro che non ce la fanno. Hillary si sente a proprio agio con i miliardari e loro si sentono a proprio agio con lei. Metodista, mostra la sua religiosità usandola come mezzo di auto-aiuto. Il suo primo impegno politico è stato con un accanito sostenitore dell’estrema destra repubblicana: il senatore Goldwater.

Mentre era Segretario di Stato, la Clinton ha aperto uno dei più feroci periodi della politica estera americana, a cominciare dalla Libia. Qual è stato il suo ruolo nella destabilizzazione del Medio Oriente?

Il suo ruolo è stato enorme. Se c’è un’opzione militare, lei la sostiene. Ha votato per l’invasione dell’Iraq nel 2003 ed è orgogliosa di rivendicare la propria responsabilità nella disastrosa guerra libica in quanto ha eliminato un dittatore: se le cose in Libia sono andate male è perché gli Stati Uniti avrebbero dovuto fare di più e non di meno. Ha sempre chiesto un intervento aggressivo contro Assad in Siria e la sua ostilità nei confronti dell’Iran è senza limiti. Tutto questo l’ha resa cara ai sostenitori di Israele, come il miliardario Haim Saban. In breve , ha completamente adottato la posizione dei “neocon”: qualsiasi nemico di Israele è un nemico degli Stati Uniti, e il suo regime deve essere o rovesciato o suddiviso in pezzi . La sua politica in Medio Oriente è di allineamento totale con Israele, che non impedisce un forte attaccamento all’Arabia Saudita, reso possibile grazie alla sua assistente Huma Abedin.

Hillary Clinton si distingue per la sua politica fortemente anti-russa. Da dove viene questa impostazione ideologica?

È la politica estera che nasce dal lato aggressivo del sogno americano. L’America è la migliore, la più forte ed è sicura di prevalere se usa la forza. La Clinton crede che se gli Usa agiscono sono destinati a vincere. Per quanto riguarda la Russia, Hillary ha completamente sottoscritto la visione dominante a Washington, ovvero che l’America “ha vinto la Guerra Fredda”. Ciò crea un’opinione arrogante: che gli Stati Uniti, dopo aver vinto la Prima Guerra Mondiale, la seconda e infine la Guerra Fredda, sono destinati a vincere. L’ideologia di Hillary serve perfettamente gli interessi del complesso militare-industriale e quelli finanziari che traggono profitto da esso. La sua ostilità nei confronti della Russia è in parte un residuo della Guerra Fredda, quando la forza militare degli Stati Uniti è stata costruita avendo Mosca come nemico. Ma penso che sia molto più un prodotto di ostilità innata nei confronti di ciò che non è americano o che non riconosce l’egemonia americana.  Nel 1990, il presidente russo Boris Eltsin era totalmente asservito al presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton. L’arrivo di un leader russo che guarda principalmente agli interessi della Russia è stato sentito a Washington come un tradimento della storia. Abbiamo vinto, oppure no? Hanno perso loro, vero? Allora chi è questa nullità che chiede un “mondo multipolare”?

Vladimir Putin è un chiaro ostacolo alla tacita politica (ma dimostrata sotto Eltsin) di acquisire il controllo economico di vaste risorse della Russia. E poi c’è una spiegazione strategica per l’ostilità nei confronti della Russia, enunciata da Zbigniew Brzezinski nel suo libro del 1997, La Grande Scacchiera: l’egemonia degli Stati Uniti dipende dall’evitare l’unità tra Europa occidentale e Russia. Se non  per portare a una guerra nucleare, l’attuale politica estera degli Stati Uniti è stata progettato per erigere una nuova “cortina di ferro” con lo scopo di isolare la Russia, in particolare dal suo partner commerciale naturale: la Germania. Motivazioni ideologiche, economiche, psicologiche e strategiche sono tutte unite per produrre una campagna di propaganda anti-russa che è tanto più spaventosa quanto più non ha basi reali. Dire che la Russia è una “minaccia” è fantasia pura. Ma la Nato che accerchia i confini russi è reale. E la Clinton si avvale sia della fantasia che della realtà.

Mentre mi trovavo a New York, alcuni americani che ho conosciuto mi hanno parlato della Clinton come di una “bugiarda”. Quali bugie ha detto agli americani?

Lei, ovviamente, è solamente una che dice quello che considera utile, a prescindere dalla verità. Penso che abbia sviluppato questa abitudine da piccola, cercando di compiacere il padre. Forse la sua bugia più nota è la quella che ha raccontato durante la sua prima campagna per la nomination del Partito Democratico nel 2008. Più volte, ha intrattenuto la platea raccontando di come sia dovuta “fuggire dal fuoco dei cecchini” quando è atterrata per una visita ufficiale in Bosnia alcuni mesi dopo la fine della guerra. In questo caso la bugia è stata smontata da alcuni testimoni e filmati che la mostrano pacifica, accolta da fiori e bambini. Messa all’angolo dai giornalisti si è scusata affermando che è naturale che chi pronuncia così tante parole possa commettere errori. Quella era una bugia gratuita, non una “gaffe”.

Spesso mente per omissione. O per evasività. È noto che i Clinton sono stati supportati da Goldman-Sachs nel corso della loro carriera, ricevendo milioni di dollari in varie forme. Tuttavia lei si difende, chiedendo retoricamente: “Dammi solo un esempio di come il sostegno di Wall Street abbia cambiato il voto su di me”. Questa risposta falsa distrae dal fatto che tutta la sua carriera è stata in sintonia con i desideri di Wall Street. Più frequentemente riguardo al suo passato politico. Per molto tempo, Clinton è stata contro il matrimonio gay. Ora invece è a favore. Qualsiasi insinuazione riguardo il suo “trasformismo” su questioni politiche è “completamente sbagliata”. Lei nega, nonostante sia stato provato, che abbia approvato l’Accordo nordamericano per il libero scambio (NAFTA). Spesso non risponde a domande particolarmente difficili ridendo o tossendo. Lo scandalo sull’uso illegale della sua mail privata mentre era segretario di Stato è stata l’occasione per svelare nuove bugie. Una piccola: lei ha affermato che gran parte delle mail erano comunicazioni private con suo marito Bill, mentre lui ha negato dicendo che non usa mai la posta elettronica. Una bugia enorme riguarda anche la versione ufficiale dell’11 settembre 2012, sull’omicidio dell’ambasciatore americano Chris Stevens a Bengasi. Hillary ha detto che l’omicidio è stato provocato da proteste musulmane spontanee contro un film a basso costo di Hollywood che insultava il Profeta. Tuttavia, in una mail recentemente pubblicata, scrive: “Sappiamo che l’attacco in Libia non aveva nulla a che fare con il film. È stato un attacco pianificato”. E così via. Ma sembra che i suoi sostenitori non usino Internet, dove tutto questo è chiaramente dimostrato.

Se Hillary Clinton dovesse vincere, quali scenari si aprirebbero per gli Stati Uniti?

Considerando quanto mente sul suo passato, non vi è alcun motivo di credere a ciò che sostiene che farà in futuro. Ma quello che dice è abbastanza allarmante: minaccia di far crescere l’intervento americano contro Assad in Siria, che provocherebbe un conflitto con la Russia. Minaccia l’interruzione di rapporti normali con l’Iran, il supporto totale ad Israele contro i palestinesi e l’ostilità senza compromessi verso la Russia. Il futuro è sempre pieno di sorprese. Il presidente degli Stati Uniti ha potere limitato e deve soddisfare l’oligarchia dominante. Tuttavia, Hillary è supportata proprio da quella oligarchia e sarà circondata da quei neoconservatori e da quegli interventisti liberali che hanno trovato Obama troppo prudente e potrebbero quindi incoraggiarla alla guerra. Ciò che bisognerà temere di più sarà l’”attivismo” di Hillary, la sua disponibilità a usare la forza militare al posto della diplomazia, la sua visione dualistica del mondo, diviso tra “amici” (quelli che sostengono gli Stati Uniti) e “nemici “(chiunque, a seconda delle circostanze). Continuerà la crescita militare della Nato contro la Russia fino al punto che qualche incidente potrà scatenare la Terza Guerra Mondiale. Non sto predicendo questo. Sto solo cercando di avvertire l’Europa. Solo il vostro rifiuto della politica di guerra degli Stati Uniti può fare la differenza.

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DIFFONDETE E FIRMATE

DIFFONDETE, FIRMATE E FATE FIRMARE (CHE LA COSA SIA IMPORTANTE PER TUTTI NOI LO CAPITE DAL FATTO CHE TV E GIORNALI NON NE PARLANO. LA TV A GUIDA BILDERBERG SI PREOCCUPA DEL FATTO CHE SEMPRE PIU’ GENITORI NON VACCINANO I FIGLI, DEL FATTO CHE SIAMO RAZZISTI PERCHE’ CARICHIAMO POCHI NEGRI , ECC)

Al via la raccolta firme per referendum su legittima difesa della casa e dei beni

E’ possibile firmare in questi giorni – e fino alla metà di maggio circa – presso l’Ufficio Segreteria o Anagrafe del proprio comune di residenza per un referendum di iniziativa popolare sulla legittima difesa della casa e dei beni.
La proposta di legge prevede il potenziamento della tutela della persona che difende la propria casa, i propri beni ed i propri cari. Tra i punti più rilevanti rientra la previsione di negazione del risarcimento danni al ladro per eventuali lesioni da questi riportate durante la sua “attività lavorativa”, provocate dal padrone di casa. La legge prevede addirittura che in caso di decesso del ladro i suoi familiari abbiano diritto ad un indennizzo (roba da matti, ecco perchè vengono tutti a “lavorare” qui).
Per firmare sono richieste unicamente carta di identità in corso di validità e residenza nel comune dove si intende firmare.

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OLTRE A QUESTO CHE DICE L’ACUTO ANALISTA, C’E’ DA AGGIUNGERE CHE L’EGITTO DI OGGI HA FATTO IMPORTANTI ACCORDI MILITARI ED ECONOMICI CON LA RUSSIA

Dagli all’Egitto! Chi c’è dietro Amnesty International e gli ex-LC che invocano la linea dura sul caso Regeni?

Scritto il marzo 6, 2016 by Federico Dezzani

Twitter: @FedericoDezzani

È trascorso un mese dal ritrovamento del corpo di Giulio Regeni alla periferia del Cairo e nuovi elementi sono emersi nel frattempo, corroborando la nostra tesi che dietro il rapimento ed il barbaro assassinio del giovane ricercatore si nascondesse un’operazione clandestina di quei servizi interessati a danneggiare i rapporti tra Italia ed Egitto: gli stessi cinici servizi angloamericani con cui Regeni era in contatto. Nonostante gli sforzi diplomatico-politici per compromettere le relazioni, il 21 febbraio l’ENI ha completato con le autorità egiziane l’iter autorizzativo per lo sfruttamento del maxi-giacimento Zohr: quasi in concomitanza è partita una seconda campagna mediatica, che invoca la linea dura contro il Cairo e chiede il congelamento degli investimenti dell’ENI. A guidarla, oltre la Repubblica di Carlo De Benedetti, è Amnesty International, coadiuvata da un nutrito stuolo di politici ed intellettuali che hanno in comune un passato in Lotta Continua. C’è un nesso? E se sì, quale?

Regeni tradito dai circoli della Oxford Analytica

A distanza di un mese dal rinvenimento del corpo di Giulio Regeni, sono emerse informazioni sufficienti per integrare la nostra prima analisi, pubblicata a caldo: le novità intercorse non scalfiscono l’impianto analitico, ma, al contrario, lo irrobustiscono. Elementi dell’inchiesta, sfaccettature del profilo di Regeni prima sconosciute, sviluppi dei rapporti commerciali tra Roma ed il Cairo, reazioni di un certo tipo di stampa, confermano le conclusioni cui eravamo giunti quando il cadavere del giovane ricercatore era stato appena rinvenuto, le ipotesi erano le più disparate ed il fragore mediatico, alimentato ad hoc, più assordante che mai.

Giulio Regeni, è ormai assodato, ruotava (anche se il suo inquadramento formale è, e probabilmente resterà, sconosciuto) nella galassia dei servizi d’informazione angloamericani, più che mai desiderosi di rovesciare l’ex-feldmaresciallo Abd Al-Sisi, per proseguire i disegni di destabilizzazione/balcanizzazione della regione ed ostili a qualsiasi iniziativa di chi, come l’Italia, ha l’interesse contrario a consolidare il quadro politico, per motivi di sicurezza e commerciali: l’omicidio del giovane dottorando friulano si colloca proprio su questa linea di faglia, che divide italiani ed angloamericani.

Regeni, che al Cairo era in contatto con il milieu politico che Londra e Washington adoperano abitualmente per fomentare le rivoluzioni colorate, è stato rapito, torturato ed ucciso su mandato degli stessi servizi atlantici con cui era in contatto, così da compromettere le relazioni italo-egiziane, proprio quando la scoperta dell’enorme giacimento gasifero da parte dell’ENI rilanciava il ruolo di Roma nella regione ed imprimeva una svolta all’economia del Cairo, assetato di crescita per normalizzare la precaria situazione interna.

Sin da subito, le sue frequentazioni dell’università di Cambridge, dell‘American University al Cairo, dei sindacati e degli attivisti politici più ostili alla presidenza di Al-Sisi e, dulcis in fundo, la sua collaborazione con il Manifesto, quotidiano da cui partono sovente duri attacchi contro il “regime egiziano” e da sempre in odore di NATO, avevano indotto a pensare che il giovane ricercatore friulano fosse legato al mondo dei servizi angloamericani: sospetta era anche stata l’immediata smentita dei servizi italiani che ci fosse qualche collegamento con Giulio Regeni1, quasi a dire: “sì, era del giro, ma non del nostro”.

Oggi, si posseggono più informazioni per completare il profilo del dottorando.

Nel Regno Unito da una decina di anni, dopo una laurea in lingua araba e società mussulmana2 all’università di Leeds, Regeni sbarca nel 2011 all’università di Cambridge per un master di taglio economico e, attraverso i canali della facoltà, trascorre un primo periodo lavorativo al Cairo, presso gli uffici delle Nazioni Unite3. A questo punto (ed il merito della scoperta va imputato al quotidiano La Stampa, con l’articolo del 16 febbraio “Regeni a Londra lavorò per un’azienda d’intelligence4, senza il quale gli inglesi avrebbero taciuto sul particolare), Regeni collabora per un anno con la società angloamericana Oxford Analytica, una delle innumerevoli ramificazioni privatistiche dei servizi d’informazione atlantici. È sufficiente una rapida occhiata al sito, per rendersi conto che la Oxford Analytica è la continuazione sul terreno privato delle agenzie governative, con cui condivide, in un rapporto simbiotico, finalità e risorse (illuminante è il rapporto “New ‘de facto’ states could reshape the Middle East5).

Nel 2014 Regeni ritorna all’università di Cambridge per un dottorato di stampo economica e, aggiungiamo sulla base degli ultimi sviluppi, ormai è inquadrato nel mondo dei servizi angloamericani, presumibilmente come agente non-official cover : si noti che nella narrazione della storia questa sfaccettatura del profilo di Regeni non avrebbe mai dovuto emergere (ed ora che è venuta alla luce del sole, è stata velocemente relegata al dimenticatoio). Regeni, infatti, doveva presentare le caratteristiche equivoche di una simil-spia, così da poter inscenare il rapimento a sfondo politico e la tortura di un giovane italiano da parte del “brutale regime di Al-Sisi”. Mai si sarebbe dovuto scoprire che Regeni era effettivamente legato ai servizi angloamericani, perché in questo modo si perdeva “l’innocenza” della vittima.

Ora, un breve, ma fondamentale, intermezzo geopolitico-economico: l’11 luglio esplode l’autobomba al consolato italiano al Cairo, da leggere come un avvertimento mafioso che i servizi israeliani ed angloamericani inviano all’Italia per il suo attivismo in Egitto. Poche settimane dopo, il 30 agosto per la precisione, l’ENI annuncia la scoperta del giacimento gasifero di Zohr, capace con i suoi 850 miliardi di metri cubi6 di metano di regalare al Cairo l’indipendenza energetica.

Dopo il primo anno di dottorato a Cambridge, Regeni torna al Cairo, per trascorrere l’anno accademico 2015/2016 presso l’American University in Cairo: gli studi che Regeni dovrebbe compiere nella capitale egiziana sono la continuazione, o meglio “l’aggiornamento”, del libro che la sua docente a Cambridge, Maha Abdelrahman, ha pubblicato nel 2014, dal titolo “Egypt’s Long Revolution7. L’opera collima perfettamente con la visione che Londra e Washington hanno dell’Egitto: tanto la Fratellanza Mussulmana che alimentava gli odi settari e le divisioni politiche era ben vista, quanto la restaurazione laica e nazionalista di Abd Al-Sisi è indigesta.

Regeni entra quindi in contatto con il mondo dell’opposizione, frequenta la assemblee dei sindacati critici verso il governo, e confeziona qualche articolo che invia al Manifesto ed all’agenzia stampa Nena News (il cui fondatore è corrispondente da Gerusalemme del Manifesto8): come già evidenziammo, è quasi sicuramente l’American University che instrada Regeni verso la collaborazione con la testata “marxista”. Al Manifesto lavora infatti anche Giuseppe Acconcia, anch’egli con un passato proprio all’università americana del Cairo, oltre che all’Open Democracy di George Soros. Il giornalista lo rincontreremo fra poco.

Siamo ai primi di dicembre (Regeni è in Egitto da poco più di tre mesi), ed il piano di rapire, torturare ed assassinare il giovane ricercatore italiano, per poi farne ritrovare il cadavere al momento più opportuno, è ormai maturato nei circoli della Oxford Analytica: lo dimostra il fatto che Regeni, ospite di un’assemblea sindacale, si accorge di essere fotografato da uno sconosciuto. L’evento lo inquieta, tanto che ne parla ai suoi colleghi universitari, che poi lo riferiranno agli inquirenti9: il dettaglio è rilevante, perché assesta un altro duro colpo alla tesi dal prelevamento “accidentale”, durante l’anniversario della rivoluzione del 25 gennaio, avvalorando invece la tesi dell’operazione clandestina premeditata.

Quella fatidica sera del 25 gennaio, contrariamente alle prime ricostruzioni fornite dai media, utili ad inquadrare in una cornice politica il rapimento e l’assassinio dell’italiano, Regeni non ha in programma di partecipare a nessuna manifestazione per l’occorrenza: al contrario, agendo con circospezione come d’abitudine, il dottorando ha addirittura consigliato un’amica di non uscire di casa fino al 28 gennaio, poiché sono previste agitazioni e violenze10. Per qualche motivo (l’ipotesi non ancora smentita è la festa di compleanno presso amici), Regeni invece esce la sera del 25, per sparire nei pressi della stazione metropolitana, non distante dalla sua abitazione. L’ultimo tentativo di avvalorare la tesi dal prelevamento da parte della polizia egiziana lo farà il 12 febbraio il New York Times il 16  febbraio, citando fonti anonime11: –“They figured he was a spy,” one of the officials said. “After all, who comes to Egypt to study trade unions?”-. Le autorità egiziane smentiranno prontamente la ricostruzione del quotidiano americano12, che lascerà cadere le accuse con la stessa facilità con cui le ha avanzate.

Il corpo di Giulio Regeni è rinvenuto il 3 febbraio 2015, giusto in tempo per sabotare la missione economica del ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, costretta a ritornare precipitosamente in Italia sull’onda dello sdegno generalizzato per l’uccisione del giovane italiano. La campagna mediatica, dove La Repubblica ed il Manifesto fanno la parte del leone, è infatti martellante e mira a dipingere il dottorando come un vittima innocente della macchina repressiva del “regime egiziano”. Scende in campo Giuseppe Acconcia che rivela come il giovane italiano avesse scritto alcuni articoli sul Manifesto, fosse vicino agli ambienti dell’opposizione ed “avesse paura per la sua incolumità13: quello che la redazione del giornale “marxista” si guarda bene dal dire (ed il silenzio è molto eloquente) è che Regeni avesse lavorato per la Oxford Analytica. Il particolare con collimerebbe, infatti, con la narrazione della vittima catturata per un malinteso e torturata a morte.

Se si ignorano aspetti decisivi della personalità di Regeni, in cambio, si ha un’approfondita conoscenza della dinamica delle relazioni tra Italia ed Egitto. Su Repubblica del 6 febbraio, appare un articolo a firma di Fabio Scuto che riporta alcune informazioni molto addentro al dossier, tanto che chi, come noi, avesse cercato altrove una conferma, non ne avrebbe trovato alcuna traccia. Scrive Scuto14:

L’Italia attraverso l’Eni firmerà con l’Egitto la prossima settimana un accordo per lo sfruttamento di un giacimento di gas nel Mediterraneo. Un contratto che vale solo per i primi 3 anni 7 miliardi dollari. Congelarlo, fino ad una chiara identificazione e punizione degli assassini di Giulio, potrebbe essere una buona arma (diplomatica) di pressione.

La Repubblica di Carlo De Benedetti non sbaglia: a distanza di due settimane, nonostante il polverone sollevato dal caso Regeni, sul sito del gruppo di San Donato milanese appare il comunicato stampa “Eni completes the authorization process for the development of Zohr gas field15. È il 21 febbraio e l’intera operazione condotta dai servizi atlantici per sabotare l’accordo ha, chiaramente, fallito l’obbiettivo principale

L’ultimo tentativo in extremis di esacerbare le relazioni tra il Roma ed il Cairo è stato attuato pochi giorni prima, con la campagna mediatica, tuttora in corso, “Verità per Giulio Regeni”, “per non permettere che l’omicidio del giovane ricercatore italiano finisca nell’oblio, catalogato tra le tante “inchieste in corso” o peggio, collocato nel passato da una versione ufficiale” del governo del Cairo”16. A guidare la campagna, subito rilanciata da Repubblica, è Amnesty International, coadiuvata da un nutrito stuolo di politici, scrittori ed intellettuali uniti da un comune passato in Lotta Continua.

C’è un nesso tra l’organizzazione non governativa con sede a Londra ed i reduci della sinistra extraparlamentare? E se sì, quale?

Amnesty International e Lotta Continua, più vicini di quanto si possa immaginare

Roma, via Salaria, 25 febbraio. Davanti all’ambasciata dell’Egitto si svolge una manifestazione di Amnesty International nell’ambito della campagna “Verità per Giulio Regeni”: cartelli, bandiere ed un grande striscione steso a terra, tutti rigorosamente in giallo e nero, i colori del logo di Amnesty International. Il numero dei partecipanti è modesto, compensato però dalla virulenta retorica17:

Il corpo di Giulio Regeni porta una firma, la firma della tortura di Stato e dobbiamo scoprire nomi e cognomi di chi ha messo quella firma. Non accetteremo nessuna verità di comodo (…) Il governo italiano deve andare fino in fondo”.

Non usa mezzi termini Amnesty International, che da mesi conduce una serrata campagna contro il governo egiziano18, etichettato come “regime oppressore”, ed ha prontamente abbracciato la causa dell’omicidio Regeni, brandendola come arma contro le torture di Stato e le “sparizioni forzate” che, secondo l’ong, sono la quotidianità dell’odierno Egitto.

Peraltro Amnesty International è in buona compagnia: è sufficiente dire che, subito dopo il ritrovamento del cadavere di Regeni, un ruolo di punta nei tentativi di demolire l’immagine del presidente Al-Sisi è stato ricoperto da Human Rights Watch e dai suoi bollettini sulle condizioni politiche in Egitto. Nel Paese, secondo la ong statunitense, è in atto una dura repressione, il dissenso interno è combattuto, le manifestazioni proibite, gli oppositori imprigionati e la principale forza d’opposizione, la Fratellanza Mussulmana, combattuta senza quartiere: nessun interrogativo, però, sull’origine del terrorismo islamico che destabilizza la popolosa nazione araba.

La campagna di Amnesty International è focalizzata su un preciso obbiettivo politico: impedire che l’omicidio scivoli nel dimenticatoio e sia archiviato, in virtù della ragion di Stato e degli interessi, dal dossier energetico a quello libico, che uniscono Roma al Cairo. Già perché, come avevamo evidenziato già nella nostra prima analisi, nel momento in cui il governo italiano ed egiziano afferrano la vera natura dell’omicidio Regeni, ossia un’operazione clandestina concepita negli ambienti angloamericani, prevale la tendenza ad accantonare l’affaire Regeni, così da impedire che i mandatari dell’assassinio raggiungano i loro scopi. Interviene allora Amnesty International e lo fa, si noti, con precisione chirurgica: se alla base dell’omicidio Regeni c’è la scoperta del giacimento Zohr, se la campagna che segue il ritrovamento del cadavere mira al congelamento dei rapporti commerciali tra Italia ed Egitto, se l’ENI ha, nonostante tutto, siglato l’accordo per lo sfruttamento del bacino gasifero, chi può finire nel mirino di Amnesty International? Ma ovviamente il gruppo di San Donato Milanese.

L’ong basata a Londra prende carta e penna e, attraverso il direttore generale di Amnesty International Italia, Gianni Rufini, scrive direttamente all’amministratore delegato di ENI spa, Claudio Descalzi, affinché “solleciti le autorità egiziane a svolgere un’inchiesta approfondita, rapida e indipendente sull’omicidio di Giulio Regeni19. È perlomeno originale che ci si appelli ad un soggetto privato per un caso trattato a livello intergovernativo: una persona un po’ maliziosa potrebbe pensare che le attività dell’ENI in Egitto ronzino continuamente nella testa dei dirigenti di Amnesty International, trovando conferma alla tesi che dietro l’omicidio Regeni si nasconda proprio la volontà di sabotare i rapporti commerciali italo-egiziani.

Il 25 febbraio, davanti all’ambasciata egiziana a Roma, manifesta insieme ad Amnesty International anche lo scrittore Erri De Luca che, intervistato dal solito Giuseppe Acconcia (ex-American University del Cairo ed ex-Open Democracy di George Soros), lancia una una dura invettiva contro le autorità italiane ed egiziano, accusando le prime di voler insabbiare il caso per non danneggiare le attività dell’ENI e le seconde di essersi macchiate di un delitto di Stato. Afferma Erri De Luca:

“Il governo invece è del tutto reticente. Questo caso disturba il business italiano in Egitto. In particolare siamo in subordine alle autorità egiziane per i contratti in materia di gas. Non è un caso che sia stato appena firmato un contratto da Eni con il Cairo. Per questo il governo italiano colpevolmente non chiede un intervento più incisivo all’Europa. (…) Ci troviamo di fronte ad un delitto di Stato. Giulio è stato prelevato con la forza. Tutto fa pensare che le responsabilità siano di un corpo professionale e organizzato. Giulio è stato torturato a morte in maniera scientifica. Il suo corpo è stato martorizzato. Il cadavere di Giulio Regeni è stato scartato via come un rifiuto.”

Erri De Luca, classe 1950, una gioventù in Lotta Continua, si schiera a fianco di Amnesty International, contro il governo egiziano e quello italiano, accusato di esercitare insufficienti pressioni sul Cairo per via degli interessi energetici in ballo.

Il profilo di De Luca presenta forti analogie con quello di Luigi Manconi, classe 1948, già responsabile del servizio d’ordine di Lotta Continua20, oggi senatore del Partito Democratico. Sull’Huffington Post del 2 marzo compare l’articolo “Caso Regeni, richiamare l’ambasciatore? È il minimo”, dove Manconi afferma21:

“La più recente pagina, quella scritta ieri sulla tragedia dell’assassinio di Giulio Regeni è, forse, la più oltraggiosa (…) Si tratta di un comportamento ormai intollerabile che ridà attualità e forza a quanto detto qualche giorno fa da Pierferdinando Casini. Il presidente della Commissione Esteri del Senato ha dichiarato: “Se non arrivano risposte vere, va richiamato in Italia il nostro ambasciatore al Cairo”. (…) Nei rapporti economici tra l’Italia e l’Egitto siamo noi il soggetto forte e se, dunque, è interesse di entrambi i partner garantire la continuità di questo tipo di relazioni, nel caso attuale è il nostro paese a poter e dover utilizzare tutte le risorse capaci di esercitare una adeguata pressione nei confronti dell’Egitto, anche attraverso un’azione concertata con i principali investitori italiani in quel Paese. Chi ha orecchi per intendere intenda.”

E poi, avanti con gli altri ex-Lotta Continua, tutti ad attaccare l’Egitto di Al-Sisi: Paolo Hutter con l’articolo “Giulio Regeni e il dovere di denunciare22 pubblicato sul Manifesto il 12 febbraio, Adriano Sofri con l’articolo “Caro Renzi, per risarcire la memoria di Regeni l’Italia riconosca il reato di tortura. Lettera aperta di Adriano Sofri23 pubblicato sul Foglio il 19 febbraio. E così via.

Amnesty International e gli ex-Lotta Continua, uniti contro l’Egitto di Al-Sisi e concentrati sulle attività dell’ENI. Un caso? Una coincidenza dovuta alle affinità di sentimenti tra la ong con sede a Londra e gli ex-militanti della sinistra extraparlamentare. O c’è dell’altro?

Cominciamo con Amnesty International: nell’immaginario comune la ong è associata ai banchetti che si incontrano nelle aree pedonali ed ai giovani volontari che chiedono una firma o una donazione per nobili cause, dal rispetto dei diritti umani in Burkina Faso alla liberazione di un prigioniero politico in Venezuela. Ci deve essere però un motivo se, dopo il varo delle due legge contro le ong straniere (2012 e 2015), le autorità russe hanno effettuato approfondite ispezioni negli uffici di Amnesty International24: temono, forse, che la ong sia l’ennesimo paravento dietro cui si nascondono le attività eversive propedeutiche alle solite rivoluzioni colorate angloamericane? Il sospetto è lecito, perché dalle dure critiche al Cremlino durante la seconda guerra cecena25, ai recente raid russi in Siria contro l’ISIS tacciati come “crimini di guerra”26, passando per la difesa delle Pussy Riot, si direbbe che ci sia una forte sintonia tra Amnesty International e la politica estera di Londra e Washington.

I dubbi assumono consistenza se si studia l’organigramma di Amnesty International. Si prenda ad esempio la succursale negli Stati Uniti, persino più rilevante per risorse ed influenza della casa madre nel Regno Unito: ebbene si scopre che la direttrice esecutiva della ong, dal 2012 al 2013, è Suzanne Nossel, con un passato al Dipartimento di Stato americano ed un lavoro di ricercatrice presso due influentissimi pensatoi liberal come il Center for American Progress ed il Council on Foreign Relations. Alla Nossel subentra nel 2013 Margaret Huang27, che nel curriculum vitae vanta un impiego presso il Comitato per gli Affari Esteri del Senato americano. Sorge spontaneo il dubbio: assumendo la loro carica di direttrici esecutive di Amnesty International, hanno reciso ogni legame con il governo americano o, piuttosto, svolgono lo stesso lavoro in altre vesti? A giudicare dalle campagne della ong, si propenderebbe per la seconda ipotesi.

Non è sufficiente? Si può indagare sui finanziamenti di Amnesty International. Le fonti di approvvigionamento della ong sono piuttosto nebulose ma, scartabellando i rapporti annuali del 201028 e del 201129 si scopre che tra i maggiori sostenitori figurano la Ford Foundation e la Open Society Foundations: la prima è tra le più ricche fondazioni statunitensi e, sin dalle sovvenzioni al nascente gruppo Bilderberg nel lontano 1954, si comporta come l’alter ego del Dipartimento di Stato americano, la seconda è la cassaforte con da cui lo speculatore George Soros attinge le risorse per fomentare rivoluzioni colorate e sommosse in giro per il mondo, dalla Libia all’Ucraina.

Ecco, quindi, chi manifesta il 25 febbraio davanti all’ambasciata egiziana a Roma: sono il Dipartimento di Stato americano e la Open Society del miliardario Soros.

E di Lotta Continua, che possiamo dire? Oggigiorno ci si imbatte in questa sigla della sinistra extraparlamentare, solo scorrendo la biografia di qualche illustre personaggio, confluito chi nell’intellighenzia di sinistra, chi in quella di destra, dopo la fine degli anni di piombo e della dualità DC vs PCI: Adriano Sofri, Marco Boato, Toni Capuozzo, Paolo Cento, Erri De Luca, Luigi Manconi, Paolo Hutter, Gad Lerner, Paolo Liguori, Andrea Marcenaro, Giampiero Mughini, Carlo Panella, Carlo Rossella sono alcuni dei nomi più famosi, firme illustri di la Repubblica, l’Espresso, il Manifesto, Panorama, il Foglio, etc. etc.

Ai fini della nostra analisi è però tornare indietro nel tempo ed indagare sulle origini di Lotta Continua, così da poter capire perché i suoi ex-militanti attaccano frontalmente l’Egitto di Al-Sisi a fianco di Amnesty International ed esercitano forti pressioni affinché l’ENI congeli i suoi investimenti.

Lotta Continua nasce ufficialmente nell’autunno 1969, poche settimane prima che a Milano una valigia bomba esploda nell’atrio della Banca Nazionale dell’Agricoltura, il 12 dicembre: muoiono 17 persone e ne rimangono ferite più di 80, nella strage che sancisce l’inizio della strategia della tensione, finalizzata a frenare l’avanzata del PCI ma anche, se non soprattutto, a mantenere l’Italia in uno stato di crisi permanente, così da garantirne la subordinazione agli interessi angloamericani. Il collegamento tra Lotta Continua e la strategia della tensione, e l’attentato di Piazza Fontana in particolare, non è solo questione di date, ma anche di cronaca, come testimonia l’omicidio Calabresi di cui parleremo tra poche righe.

Per sfibrare il PCI (allora primo partito comunista dell’Europa occidentale) e conservare l’Italia in uno di costante fibrillazione, Londra e Washington si avvalgono di due strumenti: i gruppi di estrema destra riconducibili alla rete Gladio/Stay Behind (come Avanguardia Nazionale ed Ordine Nuovo, responsabili materiali della strage di Piazza Fontana) e gli elementi della sinistra extra-parlamentare, incaricati di erodere da sinistra il consenso del PCI e di compiere atti terroristici, così da screditare lo stesso, alimentando la domanda di “ordine e sicurezza”. Lotta Continua, insieme ad altre sigle come Potere operaio, Avanguardia operaia, Lotta comunista, Gruppi rivoluzionari marxisti-leninisti, sono ascrivibili a pieno titolo alla seconda categoria.

Emblematico a questo proposito è il quotidiano “Lotta Continua”, diretto tra il 1972 ed il 1975 da Fulvio Grimaldi: il direttore della neonata testata “rivoluzionaria”, sposato con una cittadina inglese, non è novizio alle prime armi, ma vanta nel suo curriculm vitae una quinquennale esperienza presso la BBC inglese, strumento per eccellenza della politica estera di Londra. Ecco come Grimaldi ricorda tuttora la sua lunga permanenza nel Regno Unito30:

“Un passo indietro ci porta all’inizio del mio effettivo lavoro giornalistico, quando vinco un concorso della BBC e vado a lavorare a Londra alla radio di quell’emittente, con un contratto di cinque anni. Straordinaria scuola di professionalità, neanche sognata dai media italiani, la BBC mi insegna a occuparmi dell’universo mondo (…)”.

Nello stesso periodo in cui Grimaldi, reduce dal suo soggiorno nella sua amata “swinging London”, prende in mano il quotidiano “Lotta Continua”, si consuma il 17 maggio 1972 l’omicidio di Luigi Calabresi. Il vice-capo dell’Ufficio politico, contro cui la stampa di sinistra aveva anni addietro lanciato una violenta campagna denigratoria per la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli (deceduto nel lontano 16 dicembre 1969, dopo un volo di quattro piani dalla stanza in cui era interrogato), è quasi certamente giustiziato per aver capito, risalendo il flusso delle armi, che dalla strage di Piazza Fontana si dipana un filo che porta dritto agli ambienti atlantici31.

L’omicidio di Calabresi, di cui la tragica morte di Pinelli risalente a tre anni prima è solo un pretesto, è materialmente compiuto da Ovidio Bompressi e Leonardo Marino, entrambi militanti di Lotta Continua, su istigazione di Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri, figure apicali del movimento rivoluzionario.

Ebbene Giorgio Pietrostefani, a testimonianza di quali interessi si nascondessero dietro Lotta Continua, è assunto all’inizio degli anni ’80, prima di riparare in Francia da cui non sarà mai estradato, dalle Officine Meccaniche Reggiane32, operanti nel settore militare, ed insignito di un Nulla Osta di Sicurezza33: il profilo del capo di Lotta Continua ricalca perfettamente quello dei brigatisti Antonio De Luca e Marco Mezzasalma, impiegati presso la Litton Italia Spa, muniti di NOS, e responsabili rispettivamente dell’omicidio del senatore Roberto Ruffili e del giuslavorista Marco Biagi.

Concludendo, è sufficiente scavare un poco per scoprire cosa unisce Amnesty International e gli ex-Lotta Continua nella virulenta campagna contro Al-Sisi e l’attivismo dell’ENI in Egitto: non è tanto l’omicidio del giovane Giulio Regeni che sta loro a cuore, quanto, piuttosto, la difesa degli interessi angloamericani.

Il segreto di Piazza Fontana, Paolo Cucchiarelli, Edizione Ponte delle Grazie, 2009, pagina 600

Il segreto di Piazza Fontana, Paolo Cucchiarelli, Edizione Ponte delle Grazie, 2009, pagina 613

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L’OBIETTIVO E’ PUTIN (ma se possibile anche i premier indiano e cinese -canaglie del brics che si oppongono al nwo- e se possibile anche la Le Pen)

Panama Papers: tutto quello che non torna  (il Giornale 11 IV 16)

UNA STRANA STORIA
Più di un anno fa, una mano sconosciuta sottrae l’immenso archivio digitale di “Mossack Fonseca”, lo studio legale panamense più famoso al mondo nella creazione di società offshore nei paradisi fiscali. Secondo alcune versioni la talpa sarebbe un ex dipendente dello studio, ma qualcuno sospetta che sia stata opera di hackeraggio messa in atto da sofisticate strutture legate ad alcune agenzie d’intelligence. I documenti crittografati sono in pratica l’intero archivio Mossack Fonseca dal 1970 al 2016; difficile credere che possa essere stato sottratto da una sola persona. Illazioni gratuite probabilmente, fatto sta che l’identità di costui (o costoro) è tuttora segreta.

L’ARCHIVIO
La quantità di documenti sottratti è impressionante: 11,5 milioni di file digitali, la stragrande maggioranza e-mail e database, ma anche file Pdf. Un numero superiore al totale combinato di Wikileaks, Offshore Leaks,  Lux Leaks e Swiss Leaks.

I GIORNALISTI INVESTIGATIVI
Un anno fa, la fonte anonima consegna il materiale alla redazione del Süddeutsche Zeitung, uno dei più importanti quotidiani tedeschi. Qui si decide di metterlo a disposizione del Consorzio Internazionale di Giornalisti Investigativi (ICIJ).
Il Consorzio è un global network composto da centinaia di giornalisti di oltre 100 testate di più di 60 paesi, specializzato nel giornalismo d’inchiesta internazionale.
ICIJ è stato fondato nel 1997 dal Center for Public Integrity, un’organizzazione no-profit con sede a Washington. Il Centro è finanziato da un grande numero di Fondazioni, associazioni filantropiche e organizzazioni legate alle battaglie per i Diritti Umani, l’ecologia e il progresso sociale. Tra queste, però ce ne sono alcune che spiccano per anomalia: per esempio la Open Society dell’immancabile George Soros, nemico numero uno di Vladimir Putin e il cui ruolo di destabilizzatore di Stati e governi abbiamo ampiamente descritto.
Carnegie Endowment, il cui think tank è strettamente legato alle politiche atlantiste filo-Nato e che pubblica Foreign Policy, una delle riviste di geopolitica più importante al mondo.
La Ford Foundation, storicamente legata a doppio filo con il Dipartimento di Stato Usa e con la Cia.
Il Rockfeller Family Fund espressione dei grandi poteri finanziari di Wall Street ed anch’essa con stretti rapporti con le agenzie governative Usa. E molte altre.

METODOLOGIA
Il team d’inchiesta formato da 400 giornalisti, ha utilizzato il software Niux, una sofisticatissima piattaforma che consente di indicizzare (come fosse un motore di ricerca) milioni di dati non strutturati, comprese immagini, file audio o video.
Poi, come spiega il team stesso, i giornalisti “compilano liste di importanti politici, criminali internazionali, professionisti e atleti”. Avete capito bene? Quali nomi è opportuno cercare e quali no lo decide il team di giornalisti investigativi. I criteri con cui vengono composte queste liste non sono ovviamente spiegati ma qualche sospetto sorge.

PUTIN
Il nome con cui si fa esplodere lo scandalo internazionale è quello di Vladimir Putin. Sui media di tutto il mondo, il nome del Presidente russo viene associato allo scandalo di Panama Papers.
Capofila di questa operazione mediatica è il britannico The Guardian, giornale che da anni conduce una campagna dichiaratamente anti-russa ospitando tra l’altro anche i deliri di George Soros (lo abbiamo raccontato qui).
È proprio il Guardian a lanciare l’attacco all’immagine del capo del Cremlino in questi ultimi mesi all’apice del consenso internazionale per i successi militari ottenuti in Siria contro il terrorismo islamico.
Ci vorranno due giorni per scoprire che il nome di Putin non compare mai negli 11 milioni di documenti analizzati; ma compaiono “persone a lui vicine” ed il suo coinvolgimento è frutto di ipotesi giornalistiche tutte da verificare. Neppure suoi parenti sono menzionati nei Papers, mentre compare il nome del papà defunto del Premier Cameron.

A PROPOSITO DEL GUARDIAN
Due anni fa il Guardian fu al centro di uno scandalo giornalistico quando il suo direttore ammise di essere stato costretto a distruggere su ordine dei Servizi di sicurezza britannici, i file di Edward Snowden (la talpa di Wikileaks) che probabilmente documentavano le attività di spionaggio della Gran Bretagna sui propri alleati.
È uno strano giornalismo d’inchiesta quello che prende ordini dagli 007 di Sua Maestà.

E GLI AMERICANI?
Tra i tanti nomi di leader politici tirati in ballo dai Panama Papers non ci sono personalità statunitensi. Strano no? Eppure Panama è lì a due passi. Così come, fino ad ora non è comparso nessuno dei grandi gruppi bancari e industriali di Wall Street che finanziano copiosamente le campagne elettorali americane. Non è escluso che nei prossimi giorni questa curiosa lacuna venga colmata, ma per ora il sistema americano appare il più virtuoso del mondo.
Insomma l’America a Panama non esiste (eccezion fatta per l’attore Jackie Chan che in realtà è cinese).
Come è possibile tutto questo? Semplice, lo spiegano direttamente i giornalisti investigativi: “Mentre gran parte del materiale fuoriuscito rimarrà riservato, ci sono motivi validi per la pubblicazione di alcuni dei dati”. Chi decide cosa deve rimanere segreto? Loro. E quali sarebbero i motivi per pubblicare altro? Questo non lo spiegano ovviamente.

In altre parole si pubblica solo quello che qualcuno vuole; anche perché chi non è pubblicato ma sa di essere nella lista diventa uno straordinario “soggetto da ricatto” utilizzabile se è un capo di Stato, un leader politico o un potente industriale.

CONCLUSIONE
Difficile prevedere come si svilupperà lo scandalo e quale effetto domino potrebbe creare. Certo è che i Panama Papers mostrano molti lati oscuri che per ora non sono spiegati.

La sensazione è che questo giornalismo d’inchiesta sia uno dei più potenti strumenti della guerra ibrida utilizzata per mettere in crisi equilibri geopolitici senza l’uso delle armi.
Come scriveva alla fine degli anni ’90 Manuel Castells, uno dei più lucidi studiosi della comunicazione, “I media non sono il Quarto Potere, sono molto più importanti; sono lo spazio dove si costruisce il potere”. Appunto.


Su Twitter: @GiampaoloRossi

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GLI OGM SONO INSEPARABILI DAL DISERBANTE GLIFOSATO (la Russia ha proibito l’ingresso di Ogm nel proprio territorio, come non coinvolgere Putin nello scandalo Panama? Reo inoltre di proteggere Assad che ha vietato gli Ogm in Siria?)

-I PESTICIDI, TRA CUI IL GLIFOSATO, CAUSANO MALATTIE NEURODEGENERATIVE (traduzione di Maria Schiaffino)
http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0161813X1100030|
http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0041008X1100175X

http://www.jstor.org/stable/pdf/3838095.pdf?seq=1#page_scan_tab_contents

-INOLTRE, STUDI HANNO DIMOSTRATO CHE IL GLIFOSATO AUMENTA LA QUANTITÀ DEI CIANOBATTERI TOSSICI
http://www.i-sis.org.uk/Why_Glyphosate_Should_be_Banned.php
(BRANI)
Secondo l`Istituto per le Scienze nella Società (Institute for Science in Society), l`elevata solubilità del glifosato [RoundUp] rende molto vulnerabile la vita acquatica selvatica. Studi eseguiti in laboratorio hanno dimostrato la tossicità estrema di esso, da far sì che uccida molte speci di rane. Il Roundup fece diminuire la sopravvivenza delle alghe, e fece invece aumentare il numero dei cianobatteri tossici che costituiscono infiorescenze, e quindi accelerò il declino della qualità dell`acqua, in particolare negli invasi più piccoli.

Glyphosate’s high water solubility makes aquatic wild-life very vulnerable. Lab studies showed extreme toxicity, killing many frog species. Roundup decreased the survival of algae and increased toxic bloom-forming cyanobacteria, hence accelerating the deterioration of water quality especially in small water systems.

-TUTTAVIA, QUEST`AUMENTO DEL NUMERO DEI CIANOBATTERI VIENE ATTRIBUITO AL CAMBIAMENTO CLIMATICO
Il cambiamento climatico promuove la molteplicazione dei cianobatteri tossici

http://www.sciencedaily.com/releases/2012/07/120703142609.htm

(BRANI)

3 Luglio 2012
Fonte: Plataforma SINC

Riassunto

I cianobatteri, che sono microrganismi acquatici primitivi, si trovano di solito negli invasi di acqua , in particolare d`estate. Negli anni recenti la quantità di essi aumentò e gli scienziati hanno il sospetto che il cambiamento climatico potrebbe esserne la causa. Inoltre, loro sono allarmati in particolare dall`aumento dei cianobatteri tossici, che interessano la salute degli esseri umani e degli animali.
Rehab El-Shehawy, una ricercatrice presso l`IMDEA Agua, nonché autrice insieme ad altri suoi colleghi dello studio pubblicato nella rivista scientifica Water Research, dissi che “Ai cianobatteri piacce molto l`acqua tiepida, e quindi un aumento nella temperatura in questo secolo potrebbe stimolare la loro crescita, in particolare quella delle varietà citotossiche di essi, che potrebbero produrre più tossine e diventare più dannosi”.
Francisca F. del Campo, un`altra autrice, nonché ricercatrice presso l`Università Autonoma di Madrid, spiegò che “Queste tossine [le microcistine] potrebbero interessare il fegato ed altri organi (ovvero, sono epatotossine), il sistema nervoso (cioè, sono neurotossine) e diverse cellule (ossia, sono citotossine), gli occhi e le membrane mucose, e anche potrebbero causare dermatite e allergie”.

-I CIANOBATTERI CAUSANO, TRA LE ALTRE MALATTIE NEURODEGENERATIVE, L`ALZHEIMER
La scienza emergente della BMMA: È vero che i cianobatteri contribuiscono alla comparsa delle malattie neurodegenerative?
Wendee Holtcamp
Rivista Environmental Health Perspectives (Marzo 2012); n.120(3), pp. a110–a116 doi: 10.1289/ehp.120-a110
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3295368/
(BRANI)
Alla fine del 1990, l`etnobotanico Paul Alan Cox è andato a trovare gli indigeni Ciamorro nell`isola di Guam, che investigavano su terapie per il cancro nella foresta pluviale rigogliosa. Ciò che trovò lo spinse a ricavare importanti indizi per capire la sclerosi laterale amiotrofica (ovvero, la SLA, anche chiamata malattia di Lou Gehrig) e forse anche altre malattie neurodegenerative. Da quel momento, importanti scoperte hanno fatto in modo che ci sia un interesse in aumento nei confronti di una ipotesi abbastanza improbabile, ovvero, che la β-metilamina-L-alanina (BMMA), una neurotossina proveniente dai cianobatteri e che si trova nel frutti di mare, nei crostacei, nella rete idrica dell`acqua potabile e nelle acque per le attività ricreative, potrebbe essere un fattore importante causante dell`insorgenza di queste malattie.
L`autunno scorso, la scrittrice Wendee Holtcamp fece visita all`Istituto Paul Cox per lo Studio dell`Etnomedicina a Jackson Hole nel Wyoming, e anche alla sorgente Grand Prismatic presso il Parco Nazionale Yellowstone. Il nome di questa sorgente proviene dai cianobatteri dai colori vistosi che vivono ai margini della sorgente. Holtcamp costeggiò il Lago Houston col kayak ai fini di raccoglierne l`acqua ed i sedimenti, che furono analizzati dal gruppo di Cox per rilevarne la BMAA.
Una serie di indizi
Le indicazioni cominciarono nel 1944, subito dopo che le forze americane avevano ripresso l`isola di Guam dai giapponesi. Un neurologo della marina si accorse che i Ciamorro soccombevano ad una malattia neurodegenerativa strana che causava paralisi, tremori e demenzia, la cui incidenza era da 50 a 100 volte quella della SLA in tutto il mondo. La malattia è stata chiamata sclerosi laterale amiotrofica/complesso del morbo di Parkinson-demenzia (ovvero, l`SLA-CPD), conosciuta sul posto come lytico-bodig. Da quel momento, i neurologhi hanno focalizzato l’interesse sull`isola con lo scopo di decifrare i contorni di una delle patologie più complesse al mondo. Si sperava che la soluzione al mistero di questa malattia, che ha diverse sfaccettature, riuscisse a sbloccare una comprensione più approfondita delle malattie neurodegenerative in tutto il mondo, e probabilmente portare a una cura.
La BMMA è stata isolata per la prima volta nel 1967 dall’ albero della cicade nell`isola di Guam. La scoperta è stata fatta in maniera fortuita, ed è una derivazione della ricerca sul latirismo, ovvero, una paralisi progressiva alle gambe riscontrata in Cina, in India e nel Medio Oriente. Gli studi eseguiti hanno associato il latirismo all`assunzione di certe speci di legumi contenenti il composto chiamato β-N-oxalilamino-L-alanina (BOAA). Marjorie Whiting, una antropologa nutrizionista che lavorava all`isola di Guam presso gli Istituti Nazionali per la Sanità (National Institutes of Health), riconobbe una somiglianza tra il latirismo e la SLA-CPD, e chiese ad Arthur Bell, un noto biochimico delle piante, nonché direttore dei Giardini Botanici Kew Royal, di analizzare i semi della cicade con lo scopo di rilevare la BOAA. Nonostante il fatto che le cicadi non avessero la BOAA, Bell scoprì un composto simile contenente un gruppo metilo anziché un gruppo ossalile, ovvero, la BMAA.
Ricerche posteriori dimostrarono che la BMAA causava convulsioni nei polli e nei topi, e anche danneggiava i neuroni di questi ultimi animali. Tuttavia, i topi esposti ad essa tramite gli alimenti assunti non presentavano sintomi immediati, ma si rese subito palese che la comparsa della SLA-CPD avveniva anni o persino decenni dopo la fine della esposizione. Negli anni intorno al 1980 Peter Spencer, allora neurotossicologo presso la Facoltà di Medicina Albert Einstein, riesumò brevemente l`ipotesi della BMAA, e riferì che aveva riscontrato tremori e paralisi nei macachi nutriti con cibi contenenti BMAA. Il lavoro di Spencer, però, fu criticato fortemente da un`altro gruppo di neurologi, i quali affermarono che i soggetti studiati dovrebbero assumere diversi chilogrammi di farina di cicade per avere una dose in grado di provocare il quadro clinico tipico della malattia.
Cox arrivò all`Isola di Guam alla fine degli anni 1990 dopo che i dibattiti sia erano pressoché raffredati; attraverso una serie di scoperte riuscì a riesumare un`ipotesi latente secondo la quale, dietro le quinte, la BMAA era la causa della SLA-CPD. I Ciamorro facevano tortillas ricavate dai semi macinati delle cicadi, che venivano lavati ripetutamente per rimuoverne le tossine. Inoltre, mangiavano i maiali selvatici e i pipistrelli della frutta che si nutrivano dei semi delle cicadi. Nel 2002 Cox e il neurologo Oliver Sacks presso la Facoltà di Medicina dell`Università Columbia ipotizzarono che una esposizione cronica attraverso gli alimenti potrebbe costituire un serbatoio neurotossico di BMAA nei tessuti del cervello dei Ciamorro, che dopo un periodo di “incubazione”, porta ad un crollo dei neuroni.
La BMAA viene prodotta dal 95% delle speci dei cianobatteri analizzate, ivi inclusa la Nostoc, che cresce presso le radici delle cicadi.
Circa nello stesso tempo, Cox e [la sua collega, la prof. di biologia Sandra] Banack scoprirono che la BMAA veniva prodotta dai cianobatteri che vivevano come simbionti nelle radici della cicade. Ma la sorpresa più grossa ebbe luogo nel momento in cui eseguirono uno studio in doppio cieco per analizzare i cervelli degli esseri umani, che gli consentì di rilevare elevate concentrazioni della BMAA, non solamente nei cervelli di tutti i pazienti analizzati interessati dalla SLA-CPD, ma anche nei cervelli dei canadesi morti a causa del morbo di Alzheimer (MA). Tuttavia, non ne era stata riscontrata nei soggetti di controllo divisi a seconda dell’età.
Una tossina prodotta dai cianobatteri
I cianobatteri stabiliscono rapporti simbiotici con altri organismi, oppure vivono da soli nelle acque dolci e marine, dove possono comparire infiorescenze che si stendono e che sono spesso tossiche, associate ad una elevata presenza di nutrienti, come le fuoriuscite dei fertilizzanti. I cianobatteri si trovano anche nelle croste dei deserti, dove spuntano quando arriva la stagione delle piogge.
In un articolo pubblicato nel 2005 sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences, Cox e diversi dei suoi colleghi riferirono che analizzarono 30 speci di cianobatteri di laboratorio e riscontrarono che il 95% di essi rilasciavano la BMAA.
Secondo Walter Bradley, esperto di SLA e già presidente del Dipartimento di Neurologia presso la Facoltà di Medicina Miller dell`Università di Miami, “Soltanto dal 5 al 10% dei casi di SLA, MA e morbo di Parkinson (MP) vengono causati dalle mutazioni genetiche ereditate”.
Deborah Mash [neurologa presso la Facoltà di Medicina Miller dell`Università di Miami] dimostrò che nei topi la BMAA riesce ad attraversare la barriera ematoencefalica. In queste ricerche, Bradley e Mash riscontrarono che questa molecola ci mette di più a raggiungere il cervello rispetto agli altri organi, ma una volta raggiunto, viene intrappolata nelle proteine e costituisce un serbatoio dove col tempo viene rilasciata pian piano.
Una volta che Cox si accorse che la BMAA potrebbe essere coinvolta in molteplici malattie neurodegenerative, se ne andò dalle isole Hawaii per fondare l`Istituto Paul Cox per lo Studio della Etnomedicina a Jackson Hole nel Wyoming. Banack si unì a Cox e poi anche lo fece James Metcalf, un esperto di cianobatteri.
La SLA interessa i motoneuroni, che sono le cellule più lunghe nell`organismo. Nonostante le capacità mentali rimangano inalterate, la SLA paralizza i pazienti, di solito dall`esterno verso l`interno, e la maggioranza dei pazienti muoiono entro tre anni, dal momento che non possono più respirare, oppure ingoiare. Si pensa che solamente il 10% dei casi siano ereditati (ovvero, la SLA “familiare”), ma la causa del 90% restante (ovvero, la SLA “sporadica”) è tuttora inspiegabile.
L`accumulo della BMAA nelle proteine delle cellule nervose, che hanno bisogno di durare tutta la vita, potrebbe fornire l`indizio del modo in cui la tossina potrebbe subire una biomagnificazione. Rachael Dunlop, ricercatrice presso l`Istituto di Ricerca Cardiologica a Sydney nell`Australia, spiega che “Il problema dei neuroni è che, di solito, non si dividono, e quindi col tempo essi accumulano proteine danneggiate, che nel raggiungere un piano critico, causano l`apoptosi delle cellule [ovvero, la morte cellulare]”.
Una volta inserite nella catena [dell`RNA], le proteine non possono più assumere la forma corretta, e i raggrupamenti delle proteine malformate potrebbero costituire gli aggregati che caratterizzano le malattie neurodegenerative.
Dunlop spiega che eccetto i neuroni, in tutte le altre cellule, che si caratterizzano per la loro divisione veloce, le proteine danneggiate che costituiscono aggregati vengono diluite nelle cellule figlie: “Queste cellule si disfanno efficacemente dei propri “scarti” attraverso la diluzione, ma le cellule neuronali non lo possono fare e alla fine vengono sopraffate e muoiono”. Questo accumulo potrebbe anche spiegare il modo in cui la BMAA potrebbe probabilmente causare la formazione delle proteine malformate rivelatrici, osservate nei cervelli delle persone che muoiono a causa delle malattie neurodegenerative.
Tuttavia, Cox e i suoi colleghi non avevano altre prove certe a dimostrazione dell`associazione tra la BMAA e gli aggregati di proteine nel cervello, e la loro idea è stata attacata. Bradley disse che: “Tutto il mondo scientifico di allora credeva che le cellule si accorgevano che [la BMAA] era diversa dai venti aminoacidi [proteinogenici]”. Ogni aminoacido ha la propria amminoacil-tRNA-sintetasi (tRNA), un enzima molto specifico che nel momento in cui avviene la traslazione, ovvero, una fase precoce nel processo di sintesi delle proteine, esso prende un aminoacido alla volta e l`attacca al codone corrispondente sul RNA messaggero (mRNA). Bradley dice che “C`è stato un progresso nella ricerca scientifica che ha condotto alla dimostrazione che non solo avviene l`inserimento sbagliato di diversi aminoacidi non proteinogenici, ma che esso potrebbe anche causare malattie sia negli esseri umani sia negli animali”.
Nel 2006 Susan Ackerman ed i suoi colleghi pubblicarono sulla rivista Nature che l`inserimento sbagliato dell`aminoacido proteogenico sbagliato, anche ad un basso tasso di probabilità (ovvero, 1 errore in 1.000-10.000 codoni), potrebbe causare la degenerazione neurologica nei topi. Altre ricerche dimostrarono infatti, che gli organismi inseriscono in maniera sbagliata degli aminoacidi non proteinogenici. Nel 2002, Kenneth Rodgers, autorevole docente presso l`Università Tecnologica a Sydney, riscontrò che le cellule dei mammiferi possono inserire una serie di aminoacidi non proteinogenici all`interno delle proteine cellulari, tra cui l`aminoacido levodopa (l-Dopa), ovvero, la terapia per il morbo di Parkinson più adottata. Successivamente, Rodgers rilevò l`l-Dopa nelle proteine del cervello dei pazienti col morbo di Parkinson che avevano fatto la terapia. Rodgers, che adesso fa parte del gruppo di Cox, disse che “Abbiamo sequenziato le proteine e abbiamo dimostrato che l`l-Dopa viene incorporata nelle proteine al posto della tirosina”.
Le prove a dimostrazione che la BMAA non si trova soltanto nei tessuti del cervello, ma che difatto viene inserita in maniera sbagliata nelle proteine delle cellule nervose e che questo fa in modo che le proteine assumano la forma sbagliata e che infine avvenga la morte cellulare, sono state presentate a Dicembre 2011 al Convegno Internazionale sulla SLA/malattia dei motorneuroni (MNM). Rodgers e Dunlop informarono che l`enzima amminoacil-tRNA-sintetasi per l`aminoacido serina prende per errore la BMAA e l`incorpora nelle proteine in vitro. L`autofluorescenza conseguente indicò che le proteine assumevano la forma sbagliata e che le cellule morivano.
Le molteplici maniere in cui avviene la neurotossicità
Nella maggioranza delle proteine, le zone idrofile (ovvero, quelle che hanno affinità per l`acqua) rimangono all`esterno della struttura, mentre le zone idrofobe (ovvero, quelle che rifiutano l`acqua) ne rimangono all`interno, ma i danni, oppure gli errori di traslazione, come ad esempio l`inserimento sbagliato della BMAA, possono far in modo che le zone idrofobe delle proteine finiscano esposte. Queste zone appiccicose s`incollano ad altre proteine malformate e costituiscono “aggregati”, che sono un segnale rivelatore delle malattie neurodegenerative. La formazione di piccoli aggregati instilla la formazione di aggregati più grossi e tossici, in una sorta di reazione a catena che impedisce il funzionamento efficace delle cellule.
Brian Dickie, direttore di ricerca presso l`Associazione per lo Studio dei Motoneuroni dice che “La scoperta recente a dimostrazione che nel momento in cui avviene la formazione delle proteine, l’amminoacil-tRNA-sintetasi confonde la BMAA con la serina, apre la strada a innumerevoli nuovi studi di laboratorio potenziali sulla SLA, dal lievito ai topi, per capire se la costituzione di aggregati di proteine –ovvero, “le impronte” classiche della degenerazione dei motoneuroni– potrebbe essere replicata.
Oltre all`inserimento sbagliato delle proteine, dei livelli elevati di BMAA slegata potrebbe causare una sovrastimolazione continua dei ricettori del glutammato nelle cellule, ciò che causa danni neuronali. Dough Lobner, professore di biologia presso l`Università Marquette, riscontrò che la BMAA ed il metilmercurio –ovvero, un inquinante comune nei frutti di mare– esauriscono il glutatione, cioè, l`antiossidante endogeno principale nell`organismo, e inoltre agiscono in sinergia per danneggiare le cellule nervose. Lobner dice che l`esaurimento del glutatione porta ad un aumento del danno causato dai radicali liberi, tipico nelle malattie neurodegenerative, e che è stato associato alla SLA in un modello di sperimentazione coi topi SOD1. Siccome la BMAA e il metilmercurio potrebbero comparire nei corsi di acqua, quest`azione in sinergia potrebbe costituire un problema grave.
Altri indirizzi di ricerca
Mash collaborò con Larry Brand, un ecologo specializzato nelle alghe presso la Facoltà Rosenstiel di Scienze Marine e Atmosferiche dell`Università di Miami, con lo scopo di analizzare la BMAA nella vita marina delle acque costiere della Florida, ivi inclusa la Baia della Florida, che presenta infiorescenze di cianobatteri massicce e ricorrenti. I ricercatori riscontrarono che le speci che si trovano nello scalino più basso della catena alimentare, ivi inclusi i gamberi rosa e i granchi azurri –entrambi consumati dagli esseri umani– avevano livelli elevati della BMAA, comparabili a quello della pelle dei pipistrelli dell´isola di Guam (ad esempio, un granchio ne aveva 6,976 µg/g). Ricerche ancora inedite dimostrano che il laboratorio di Mash anche rilevò la BMAA in diverse speci di squali. Mash vuole anche analizzare i gamberi di allevamento, perché dice che essi crescono in stagni pieni di cianobatteri.
I dati preliminari anche svelarono che la BMAA si trova nel cervello dei delfini. Brand dice che “Siamo interessati ai delfini perché mangiano lo stesso tipo di frutti di mare che mangiamo noi”. Si potè appurare che 5 cervelli dei delfini fra 6 campionati contenevano la BMAA.
Un indirizzo importante per la ricerca futura dovrà prendere in considerazione vie di esposizione indirette, diverse dall`assunzione di frutti di mare. Vi sono molti terreni agricoli irrigati con l´acqua proveniente da invasi ricoperti dalle infiorescenze di cianobatteri, cosa che aumenta la possibilità che la BMAA venga immessa nel latte, nella carne, oppure nella verdura. Dan Dietrich, un professore di tossicologia presso l`Università Konstanz in Germania, riferì che riscontrò grosse quantità di BMAA negli integratori dietetici delle alghe verdazzurre in commercio, ivi inclusa la Spirulina e l`aphanizomenon flos–aquae [che cresce nel lago Klamath], ma questa scoperta non è stata confermata da ulteriori studi. Cox isolò la BMAA dalle croste del deserto raccolte su tutto il Qatar, e ipotizzò che forse la cianotossina non solo diede il proprio contributo all`aumento della SLA nei veterani della Guerra del Golfo, ma che l`inalazione della polvere contenente la BMAA potrebbe anch’essa essere pericolosa.
Uno studio sull`efficacia dei metodi di trattamento delle acque nella rimozione della BMAA dimostrò che il metodo di filtrazione che impiega la sabbia, il carbone attivato in polvere e il cloro era stato efficace nella rimozione della BMAA, almeno nel laboratorio, ma la flocculazione era stata un pò meno efficace. Tuttavia, nessuno studio ha analizzato l`efficacia nel mondo reale dei trattamenti delle acque nella rimozione della BMAA, e oggi nessun cibo e nessuna fornitura di acqua potabile viene analizzato per rilevare la presenza di BMAA. Di recente, dei ricercatori presso l`Istituto Paul Cox per lo Studio dell`Etnomedicina a Jackson Hole nel Wyoming hanno sviluppato un anticorpo che riesce a rilevare la BMAA, col quale poter costruire un test per il rilevamento e quindi un filtro in grado di rimuovere la BMAA.
L`epidemiologia fornisce altre prove a dimostrazione di questa ipotesi sulla BMAA. Elijah Stommel, un neurologo presso il Centro Scientifico Dartmouth-Hitchcock ed i suoi colleghi adoperarono il software del sistema d`informazione geografico (GIS) per fare la mappa dei casi di SLA e la mappa dei laghi nel New Hampshire che hanno una storia di infiorescenze di cianobatteri. Il gruppo riscontrò che le persone che abitavano a 800 metri dai laghi contaminati coi cianobatteri erano ad un rischio di sviluppare la SLA pari a 2,32 volte di più rispetto al resto della popolazione. Stommel disse che le persone che abitavano intorno al Lago Mascoma nel New Hampshire avevano un rischio di sviluppare la SLA fino a 25 volte di più rispetto all`incidenza attesa, e aggiunse che “La nostra proiezione cartografica con caratteristiche spaziali GIS dimostra chiaramente l`esistenza di grappoli di essi nelle vicinanze delle [infiorescenze di alghe dannose].

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